Una intima convinzione, di Antonie Raimbault

Una donna scompare, lei si chiama Suzie ed ha un amante. Sapremo che il marito, Jacques Viguier fa il professore di diritto all’Università di Tolosa, è appassionato di western e musical, ha tre figli. Suzie scompare, ma il corpo non sarà mai trovato. Il marito viene accusato di omicidio, ma, dopo 9 anni, assolto in primo grado. Il PM fa appello e Jacques si trova di nuovo davanti ad un Tribunale. Clémence, figlia di Jacques e Suzie, insegna matematica al figlio di Nora. Nora è convinta dell’innocenza di Jacques. Nora matura questa convinzione dopo avere seguendo il processo di primo grado. Si adopera per trovare un bravo avvocato, ma diventa soprattutto stretta collaboratrice dell’avvocato Dupond-Moretti che, dopo qualche titubanza accetta di difendere l’imputato. Nora lo aiuta nel lavoro e ascolta e relazione su centinaia di ore di intercettazioni telefoniche. Ma i loro saranno rapporti burrascosi. Intanto il processo prosegue e si avvicina l’ora del verdetto.

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Si è provato a restituire ciò che della trama può essere rivelato, provando a renderla il più lineare possibile. C’è necessità di linearità nel caos narrativo, ma soprattutto strutturale, che un ispirato Antoine Raimbault ci offre in questo suo interessante esordio nel lungometraggio.
Il film prende a prestito i modelli del cinema di genere dal quale prende le mosse, anche scenograficamente si sentono i tratti specifici del legal thriller o del legal movie in generale. Il confronto con i testimoni, l’ironia degli avvocati, la contrapposizione delle tesi difensive e accusatorie. Ma non va dimenticato che il film si ispira alla reale sparizione di Suzanne Viguier e al processo subito dal marito che porta lo stesso nome del personaggio del film e che il regista seguì all’epoca, con particolare interesse. La libera interpretazione dei fatti e l’introduzione di personaggi utili allo sviluppo della sceneggiatura, ma non esistiti nella realtà, non intacca il richiamo a quel fatto di cronaca.
Pur con tutte queste premesse che legano il film ad una lunga tradizione, Una intima convinzione, senza perdere di vista l’ambientazione e la libera ricostruzione dei fatti, ha l’ambizione di essere qualcos’altro, di essere un altro film in cui la ricerca della verità diventa tema dominante, percorso tortuoso, faticoso, disarmante. La verità sembra diventare una specie di scommessa e per soddisfare la scommessa devi rischiare del tuo, essere disposto a perdere tutto, o quasi.
È quello che fa Nora (Marina Foïs) alla quale viene assegnato il compito più difficile, più complicato, per il quale non sapeva di essere preparata, ma per il quale, invece, sembra avere un’intima vocazione, quasi monacale. Nora è la traghettatrice dei fatti dal mondo dell’oscurità al quale sono relegate, alla piena luce, luogo nel quale assumono il loro reale profilo. Un lavoro di estrazione del vero che Nora compie sulle frasi così come emergono pezzo a pezzo, grezze e mai nella loro unità complessiva, un paziente lavoro di scomposizione e ricomposizione che Nora compie con l’ascolto e il riascolto delle telefonate, catturando le inflessioni dei testimoni, le loro celate reticenze guidata dalla sua intuizione. Nora si interroga e ricostruisce una sua verità, sfida l’avvocato che, invece, si attiene alle regole processuali, alle norme di legge e a quella regola di giudizio che vuole la dimostrazione di ciò che si afferma. Il processo, nella sua dialettica, è tutto guardato con gli occhi della protagonista ed è a causa di questa percezione che si fa acceso il confronto tra Nora e l’avvocato. Un contrasto, ben più duro di quello che Dupond-Moretti (Oliver Gourmet) dovrà sostenere con il Presidente della Corte, in cui si sintetizza quello scontro tra i tecnicismi delle regole processuali e la loro ostica comprensione da parte di chi non abbia dimestichezza con le aule dei tribunali. La lapalissiana verità non esiste e nei tribunali non si è per trovare la verità, ma una possibile verità, quella che per sovrabbondanza di prove (o, al contrario, per mancanza di prove) deve diventare quella acclarata e valida per l’intera collettività. Così come spetterà ai singoli giudici popolari formarsi quella intima convinzione di colpevolezza o innocenza che costituisce la responsabilità del giudizio.
È dura da digerire, ma questa è l’unica forma di giustizia che secoli e secoli di riflessioni filosofiche, elaborazioni del pensiero sugli ordinamenti sociali, hanno riconosciuto come migliore possibile, ma è contro questo assetto che combatte Nora, portatrice di un pensiero sano e diffuso, ma anche pericoloso, per cui per i palesemente colpevoli, o per i palesemente innocenti, non serve alcun processo, è l’intuizione che guida il giudizio. Non può pensarla così l’avvocato che rispetta, volente o nolente le regole che reggono la struttura processuale; non Jacques che pare rassegnato con la sua sfingea espressione che non fa trasparire sentimenti o risentimenti.
Antonie Raimbault lavora nel caos – è questa l’impressione che si ha guardando il film – con una narrazione che vive di improvvise accelerazioni di montaggio, di salti temporali e condensazioni narrative, di sguardo quasi sfuggente alla vita privata che per Nora sembra andare a rotoli: perde il lavoro, compromette il suo rapporto con il figlio e con il collega del ristorante con il quale coltiva un sentimento. Si ha l’impressione che Raimbault monti e smonti di continuo il film, in una sorta di rispetto, ma non ortodosso, delle regole del giallo, del thriller. Che poi, anche questa caratteristica è del tutto dettata dalla comodità espositiva. In realtà non si sta assistendo ad un giallo, né ad un legal movie, quanto piuttosto ad una costruzione narrativa che mette in scena l’accidentato percorso necessario per la ricerca di quella verità che si sa esistere, ma che non si appalesa. Spetterà a Nora scovarla. Né, in quest’ottica diventa banale l’accenno iniziale, all’avvio del processo, al cinema di Hitchcock, tenuta ben presente la sua filmografia in cui le verità si sovrappongono come il viso del personaggio colpevole e di quello innocente nel finale di Il ladro, esplicitamente richiamato durante la breve conversazione.
In questo clima, sospeso tra l’ansia del verdetto e la spasmodica tracciabilità di una verità invisibile da fare emergere, tutto diventa appassionante. Di recente Hirokazu Kore’eda con Il terzo omicidio, ha tratteggiato i profili quasi metafisici del manifestarsi della verità che nel suo film diviene concetto diafano e multiforme. Una intima convinzione non ha queste finalità e il suo stretto e contingente realismo è solo spezzato dalla frattura della narrazione come interruzione di ogni logica, come redistribuzione delle tessere del puzzle che sarà lo spettatore a dovere ricomporre.
Va riconosciuto al regista francese il grande lavoro di scrittura e di resa finale che consente di guardare il film apprezzando l’incalzante ritmo che si fa sentire nonostante l’assenza di grandi colpi di scena, che pure esistono, ma sembrano assorbiti dalla densità della storia che non lascia spazi o interstizi narrativi scoperti. Un ottimo cast di attori, soprattutto i due che reggono la gran parte del film, Marina Foïs, Olivier Gourmet, Nora e l’avvocato, sanno caricare i loro personaggi di quella energia necessaria, davvero inesauribile, che contribuisce a tenere sempre alto il registro e avvincente la storia.
Raimbault ha una buonissima mano, è agile e denso, con il film ha saputo inventare forme nuove di approccio a generi consolidati e classici ed è questo che cerchiamo nel cinema, l’invenzione, il coraggio produttivo. Una nuova stilizzazione dei generi, un lavoro di ristrutturazione che, rivelando ancora una volta la loro necessaria esistenza, sappia offrire quel prezioso scorcio di genialità così raramente visibile, come l’effimero raggio verde sul finale della giornata.

Titolo: Une intime conviction
Regia: Antonie Raimbault
Interpreti: Marina Foïs, Olivier Gourmet, Laurent Lucas, Philippe Uchan, Jean Benguigui, François Fehner, François Caron, Philippe Dormoy, Jean-Claude Leguay, Armande Boulanger
Distribuzione: Movies Inspired
Origine: Francia, 2019
Durata: 110’

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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