Una madre, una figlia, di Mahamat-Saleh Haroun

Un atto d’accusa che non manca della necessaria indignazione ma a volte perde di lucidità. Solo in alcuni momenti Haroun ritrova il respiro e la passione dei suoi film migliori.

I legami di sangue hanno spesso segnato il cinema di Mahamat Saleh-Haroun, uno dei nomi di punta del cinema africano da oltre vent’anni . Dai due fratelli che partono alla ricerca del padre che li ha abbandonati in Abouna, al ragazzo che vuole far fuori l’uomo che ha ucciso il padre durante la guerra civile prima della sua nascita in Daratt. La stagione del perdono fino all’ex-campione di nuoto rimasto senza lavoro e costreto a lasciare l’impiego al figlio in Un homme qui crie (Premio della giuria al Festival di Cannes), la filmografia del cineasta ha spesso lasciato respirare i conflitti senza estremizzarli anche se sono stati spesso caratterizzati dal rigore della scrittura. Lo stesso procedimento si ritrova nel suo nuovo film, Una madre, una figlia, ambientato nella periferia di N’djamena, in Ciad. Amina, che già affronta numerose difficoltà nella vita di tutti i giorni e ha un passato doloroso, vive da sola con la figlia di 15 anni e un giorno scopre che la ragazza è incinta e non vuole affrontare la gravidanza. Nel suo paese però l’aborto è condannato sia dalla religione sia dalla legge. La donna comincia così una sfida difficilissima e cerca in tutti i modi di scoprire l’identità del padre del bambino.

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Con Una madre, una figlia è la prima volta che i personaggi femminili sono protagonisti del cinema di Mahamat-Saleh Haroun. Amina e la figlia Maria sono filmate come se fossero sotto assedio. Si avverte spesso l’ombra del giudizio dell’imam che rimprovera Amina perché non va a pregare (“se preghi tutti i giorni i tuoi peccati verranno cancellati”) ma anche l’invadente silenzio del vicino di casa. Gli uomini sono sullo sfondo ma rappresentano ancora l’immagine di una società patriarcale e quello del cineasta è un atto d’accusa che non manca del necessario impeto nel mettere a fuoco ancora una volta il confine labile tra vendetta e possibilità dei perdono, ma a volte perde lucidità soprattutto nel modo in cui vengono messi a fuoco i personaggi secondari, soprattutto il personaggio della sorella di Amina e il suo rapporto con la protagonista.

Una madre, una figlia è un cinema lineare e diretto che riesce a comunicare la necessaria indignazione. La rabbia appare un po’ più forzata e qui si avverte uno scarto tra scrittura e messinscena, tra una sceneggiatura dove le azioni si susseguono velocemente e una regia che, come spesso avviene nel cinema di Haroun, supportato dai suoi collaboratori fedeli come il direttore della fotografia Mathieu Giombini e la montatrice Marie-Hélène Dozo, tende invece a far respirare la storia all’interno delle singole inquadrature. Si tratta di un contrasto non sempre risolto. I rumori della strada, il villaggio, il ponte giallo dove Maria cammina in campo-lungo, mostrano ancora come Haroun sappia filmare i luoghi e potenziare la simbiosi con i personaggi. Con Una madre, una figlia, il legame tra ambiente e protagonisti è più intermittente. L’isolamento, il vuoto, è un po’ troppo urlato e si manifesta adeguatamente nella scena in cui Maria va a casa dell’amica durante una festa in piscina. Lì Haroun ritrova, per un momento, il respiro e la passione dei suoi film migliori.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.6
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Il voto dei lettori
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