Una playlist per Carlo Vanzina

Ho sempre creduto che la commedia fosse una maledizione, che in qualche modo i personaggi dei film comici ne fossero perseguitati, vittime di una sorta di maleficio del capitombolo e dell’equivoco da cui non ci si poteva mai liberare per davvero. I film di Carlo Vanzina spesso mi sono sembrati uno svelamento della legatura, quasi un urlo d’aiuto. Il dittico di A spasso nel tempo è da questo punto di vista il più abissale: in ogni epoca della Storia sono esistiti dei Boldi & De Sica intrappolati nello stesso meccanismo, non c’è scampo. Nel finale del secondo episodio, poi, la trasformazione irreversibile in cartoon (che vedete qui sopra) rende i nostri eroi definitivamente immortali, condannati a vivere per sempre il loop della distruzione e rigenerazione farsesca.


L’avventura continua: dopo i contributi di Roberto Silvestri e Simone Emiliani, una manciata di istantanee per rivivere le immagini più indelebili del repertorio vanziniano, secondo la redazione di Sentieri Selvaggi.
Con una guest star d’eccezione, il ricordo dello sceneggiatore Franco Ferrini, la firma complice dei gialli di Carlo e Enrico Vanzina, da Sotto il vestito niente a L’ultima sfilata via Squillo. Buona playlist. (Sergio Sozzo)

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Riccardo Freda era un dandy: belle donne, fuoriserie divoratrici di benzina, cani. Molti registi hanno avuto cani, ma nessuno ha mai fatto con loro quel che faceva l’ultimo dandy, Carlo Vanzina. Carlo i suoi amati cani li portava con sè non solo in ufficio, ai Parioli, ma anche al montaggio. Il cane (negli anni ce ne sono stati parecchi; ricordo il nome di un labrador retriever color miele, Geloso) si accucciava nel buio ai piedi della moviola (una volta meccanica, poi elettronica) e si sobbarcava buono buono, le orecchie ritte, sedute interminabili, avanti e indietro, coi vari Pozzetto, Montesano, Jerry Calà, Virna Lisi, Claudio Amendola, Mattioli, Faye Dunaway, Carol Alt, Donald Pleasence, Vincenzo Salemme, Abatantuono, Gigi Proietti, Boldi, De Sica, Buccirosso, Ricky Memphis, Raoul Bova, Valeria Marini, Valentina Cortese – l’elenco potrebbe continuare. Carlo ogni tanto gli faceva una carezza. (Franco Ferrini)

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Il cinema italiano è sempre stato avaro di commedie sentimentali. Carlo ed Enrico Vanzina, con la facilità con cui sono sempre scivolati da un genere all’altro, hanno invece incarnato anche lo spirito delle migliori rom-com americane, modulandole sempre su un conflitto di classe: lui povero/lei ricca o viceversa, filone aurifero da Accadde una notte di Capra, passando per la Sabrina di Wilder e arrivando al Pretty in Pink scritto da John Hughes.

Carlo Vanzina visto da Agnese Navoni

Nella mia pre-adolescenza rimanevo incantata dai loro finali agrodolci, dalle celesti nostalgie sprigionate da quegli amori che ti rimangono dentro e che ancora non avevo mai provato. Pertanto la mia playlist del cuore non può che contemplare il – doverosamente – stracitato finale di Sapore di mare, con il gioco di sguardi a supplire “tutte le lettere non scritte” tra Marina Suma e Jerry Calà, destinati a ricontrarsi un anno dopo su un altro set, quello del bellissimo e sottovalutato film di Marco Risi, Un ragazzo e una ragazza.
Ma l’incontro alla Capannina sulle note di Cocciante è seguito a ruota dalla risata liberatoria della sempre luminosa Virna Lisi sul finale di Amarsi un po’. Quando, dopo aver lasciato tornare la figlia dall’amato Marco Coccia, principe azzurro de borgata interpretato da Claudio Amendola, si volta verso il rigido genero Felix e il perplesso marito Riccardo Garrone allargando le braccia. Una commedia romantica dall’happy end non scontato, che lascia in fuori campo i due protagonisti per spostarsi su una generazione che può così riscoprire grazie ai figli quelle stesse emozioni. Alla faccia dei detrattori, un tocco di classe. (Fabiana Proietti)

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In un cinema italiano spesso incastonato nei rigorosi modelli neorealisti di un’aderenza al reale, dove l’etica e l’impegno civile superano l’immaginazione e l’idea di viaggio, i film vacanzieri di Carlo Vanzina in qualche modo mi fornivano, quando ne avevo voglia, la possibilità di un “diverso” spostamento. In effetti è sempre stato un cinema, nel bene e nel male, in cui era possibile “viaggiare, evitando le buche più dure”. Ed erano film in cui l’attraversamento degli spazi era anche un movimento della memoria. Puro e semplice. Spesso scandito da una colonna sonora immediata e da location didascaliche, ma autentiche. Vedendo i film dei Vanzina – non tutti, ma quelli migliori sicuramente – scopri il piacere di arrivare da A a B e di farlo con strumenti che puoi condividere spontaneamente con chiunque. La Roma di Falçao, le canzoni di Gino Paoli, Country Road di John Denver, la Death Valley, le lambrette degli anni 60 e persino qualche thrilleraccio con Raz Degan che si muove sulle note di Robert Miles. Non sono cose “da isola deserta”, né da prestigiosi elenchi accademici da ripassare prima di un esame. Sono soprattutto stimoli. Pezzi di te fanciulleschi. Pillole necessarie per dormire sonni tranquilli. A volte va benissimo così. (Carlo Valeri)

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Ci sono film che ogni volta che li trovi in tv, non importa da che punto, non puoi fare a meno che rimanere incollato davanti allo schermo fino alla parola fine. Piedipiatti è una di queste nostre ossessioni. Esempio perfetto della passione dei fratelli Vanzina per l’action americano, questo buddy movie all’italiana mette insieme due comici all’apice del successo, scoprendo un’alchimia perfetta. Riproposizione thriller del binomio Romano Furbo e Milanese Preciso, pilastro delle Vacanze di Natale, i Vanzina costruiscono un plot giallo semplice ma perfetto tra corrieri della droga e industriali corrotti, regalandosi anche strizzate d’occhio alle loro passioni cinematografiche (l’omaggio a Weekend con il morto). La forza del film, però, è tutta nella scrittura e nell’interazione dei due protagonisti con un Montesano, degno erede degli ispettori proletari del Poliziottesco anni settanta e un Pozzetto, misuratissimo nel suo equilibrio british tra non sense e adesione totale al ruolo (e anche elargitore di alcuni dei “E la madonna…” migliori della sua carriera).
Tra commedia all’italiana (indimenticabile l’incontro Pozzetto-Montesano a suon di stereotipi rinverditi) e gioia cinefila (Intrigo internazionale citato straordinariamente), Piedipiatti è veramente uno degli apici del cinema popolare anni ’90. Il tentativo hitchcockiano di uccidere i nostri due eroi ubriacandoli e facendoli deragliare dall’autostrada fallisce… la scena successiva, dal questore, fa ancora ridere come la prima volta. Un’incursione nel genere che niente ha da invidiare ai maestri Shane Black e John McTiernan. (Luca Marchetti e Pietro Masciullo)

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“Bellissima ma vuota”. Sembra l’epitaffio sugli edonistici anni 80 ed è il giudizio spietato che l’amante architetto Roberto (un cinico Fabrizio Bentivoglio) esprime su Margherita (Carol Alt) in una videocassetta VHS che fa parte di un lungo archivio di Don Giovanni. La reazione di Margherita avviene al rallentatore con la rottura dello specchio delle falsità. La drammatica corsa verso casa a recuperare una lettera d’addio è tutta giocata tra tagli veloci di montaggio e immagini in sovraimpressione. Per fortuna c’è una vecchia cameriera saggia (la felliniana Clara Colosimo) che sa come va il mondo e regala a Margherita un nome e una identità. Via Montenapoleone. Io la conoscevo bene. (Fabio Fulfaro)