Una separazione, di Asghar Farhadi

Una separazione è un film di brevi ma consistenti fratture. Anche quando i personaggi sono vicinissimi tra loro, come nell’inquadratura iniziale, quasi una soggettiva del giudice sulla coppia Simin e Nader, con lei che si vuole separare. Il motivo è che la donna vuole lasciare l’Iran, lui invece non vuole abbandonare il padre malato di Alzheimer. Loro hanno una figlia, Termeh, che poi diventerà elemento centrale, e che decide di restare con il padre. Si ha la sensazione di avvertire il suo sguardo sui genitori, anche quando è fuori-campo. Forse sono i suoi occhi che insinuano dubbi, rimettendo in discussione una verità che è sempre parziale.

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Simin cerca così una persona che possa occuparsi del padre. Razeh, una ragazza incinta, accetta l’impiego senza però dire nulla al marito. Un giorno, rientrando dal lavoro, l’uomo trova l’anziano genitore steso per terra e Razeh non è in casa. La sua reazione avrà delle conseguenze tragiche.

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Come nel precedente About Elly il conflitto esplode senza preavviso. Lì c’era la scomparsa di una ragazza sulla spiaggia, qui una collisione che viene guardata da diversi punti di vista, con il giudizio che tende spesso a ribaltarsi. Sicuramente quello di Farhadi è un cinema che gioca prevalentemente sulla parola (come Kiarostami del resto), ma il conflitto che si scatena ha un istinto immediato che non ha nulla a vedere con l’accumulo. Ha inoltre un pudore estremo nel mostrare la malattia e lo sguardo infantile e adolescenziale mentre è esplosivo nella scena all’ospedale dove la la rabbia può scattare da un momento all’altro. Alla base di Una separazione c’è un semplice avvenimento. Ciò che cambia, come Rashomon di Kurosawa ha insegnato, è l’angolazione da cui si guarda. Farhadi, come nel film precedente, non emette sentenze, ma procede per mutazioni prima impercettibili poi sempre più consistenti. Non muta la figura fisicamente ma cambia certamente il modo di guardarla. Come About Elly il cineasta iraniano lascia emergere altre crisi familiari. Più corale quel film, più circoscritto questo. Ma con un parallelismo sorprendente nel mostrare la distanza anche attraverso un’analisi di classi sociali, senza nessuna ridondanza, con un impeto quasi neorealista, segno di un cinema che non solo sa raccontare il presente e il privato ma lo sa fare con uno stile trasparente e modernissimo. Forse, delle ultime Berlinali, questa di Asghar Farhadi è la scoperta più importante.

Titolo originale: Jodaeiye Nader az Simin

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Regia: Asghar Farhadi
Interpreti: Leila Hatami, Peyman Moadi, Shahab Hosseini, Sareh Bayat, Sarina Farhadi
Origine: Iran, 2011
Distribuzione: Sacher Distribuzione
Durata: 123′