"Una storia americana", di Andrew Jarecki


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Il giorno della festa del Ringraziamento, mentre la famiglia Friedman si riunisce in casa per una tranquilla cena, la porta di casa esplode fatta a pezzi da un ariete della polizia. Gli agenti irrompono in casa, accusando Arnold Friedman e il suo figlio più giovane Jesse di pedofilia. Con precisione e sensibilità il regista racconta le torbide vicende giudiziarie di cui fu protagonista la famiglia Friedman, perfetto modello di borghesia ebrea americana middle-class, al centro di un processo che sconvolse l'America benpensante della fine degli anni 80. Il film ripropone questo controverso caso giudiziario sia dalla prospettiva pubblica che da quella privata, grazie all'alternanza di brucianti e attuali interviste ai protagonisti della vicenda, e a straordinari filmati originali del ricco archivio familiare di casa Friedman, Ancora oggi le risultanze di quel controverso caso giudiziario sollevano più dubbi che certezze e la cinepresa indiscreta del regista ha riportato in vita quel gruppo di famiglia in un interno che finì alla ribalta dell'attenzione mediatica, incarnando la parte oscura della coscienza americana. L'indagine del regista Jarecki non arretra davanti a nulla: alterna brucianti interviste e filmini super8 familiari, persegue il desiderio irrealizzabile di squarciare il velo della verità e compone un inquietante quadro di orrore quotidiano. E soprattutto delinea una riflessione inedita sulla normalità del male oltre che un interessante analisi sulla potenza magnetica della ripresa: uno specchio, un doppio, una protesi di cui i componenti della famiglia Friedman non riescono a fare a meno, quasi a voler significare un costante bisogno di analisi della propria vita fotogramma per fotogramma, neanche nel tragitto verso il tribunale nel giorno che deciderà la condanna definitiva. La famiglia, si sa, rappresenta un microcosmo e l'intrusione che il regista opera a dispetto di questo particolare nucleo familiare diviene anche una ghiotta occasione per tessere richiami con la storia socio-culturale dell'America della seconda parte del secolo scorso, che sempre più sembra pagare la diabolica illusione di aver potuto pensare di affievolire e dissipare i mali grazie all'armonica visione del proprio prato ben curato.


E' interessante notare come molti degli ultimi lavori più intriganti e stimolanti per il pubblico prodotti dalla cinematografia americana possiedano la forma totale, o originariamente ibridata, del documentario; genere che grazie alla sua naturale struttura che tiene insieme la libera componente narrativa con quella più puntualmente veritiera offre spunti di riflessione ad un pubblico sempre più frastornato e disorientato dagli avvenimenti quotidiani. L'America, e il mondo, hanno un evidente bisogno di riflessione ed il confrontarsi di ciascuno con esistenze problematiche (anche nell'epoca del più bieco e voyeristico cronachismo) può aiutare a capitare quanto complesse possano essere i meccanismi che regolano i rapporti interpersonali, sempre più basati sul predominio della forza. Per il pubblico e la critica americana questo è il documentario dell'anno, vincitore del Sundance Film Festival e candidato all'Oscar.

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Titolo originale: Capturing the Friedmans

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Regia: Andrew Jarecki


Fotografia: Adolfo Doring


Montaggio: Richard Hankin


Musica: Andrea Morricone


Scenografia: Nava Lubelski


Interpreti: Arnold Friedman (padre), Elaine Friedman (madre), David Friedman (figlio maggiore), Seth Friedman (figlio di mezzo), Jesse Friedman (figlio minore), Howard Friedman (fratello di Arnold), Agente Frances Galasso (Unità crimini Sessuali), Anthony Sgueglia (Unità Crimini Sessuali)


Produzione: Andrew Jarecki, Marc Smerling


Distribuzione: Bim


Durata: 107''


Origine: Usa, 2003