Una vita da gatto, di Barry Sonnenfeld

A Mr. Fuzzypants, gattone arruffato che staziona nella bottega di animali di Christopher Walken in attesa di trovare una casa, rimangono da vivere solo due delle sue nove vite. Ma due vite sono più che sufficienti a Barry Sonnenfeld per imbastire, sotto l’egida dell’EuropaCorp, una commedia per famiglie di derivazione disneyana che, pur confessando apertamente di non avere grandi pretese, troppo spesso si dimentica di dover almeno divertire. L’impalcatura narrativa di Una vita gatto ricicla senza grande impegno né particolare fantasia il tema del padre distratto e assente, Tom Brand, il magnate immobiliare di Kevin Spacey, è troppo preso da quello che dovrebbe essere il grattacielo più alto dell’emisfero nord per ricordarsi che a casa lo aspettano una moglie e una figlia, Rebecca, e per accorgersi che il figlio maggiore, nato da un precedente matrimonio, non cerca altro che un po’ di considerazione.

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Ma niente paura, a rimettere al loro posto le questioni affettive della famiglia Brand ci pensa Christopher Walken che, vestendo i panni di un atipico burattinaio capace di dialogare con il mondo felino, decide di prendere il comando dei fili dei destini dei protagonisti di Una vita da gatto e, mentre le spoglie umane di Tom Brand giacciono, dopo esser capitombolate giù dall’ultimo piano del suo grattacielo, su un letto d’ospedale, intrappola il magnate interpretato da Kevin Spacey nel corpo di Mr. Fuzzypants. Quel che ne consegue è un più che classico percorso di ravvedimento, con tanto di morale finale: per tornare ad essere “umani” bisogna mettere da parte l’egoismo.
una-vita-da-gatto-jennifer-garnerSi può anche perdonare al film di Sonnenfeld la scarsa originalità, così come anche si passa volentieri sopra l’evidente limitazione del budget che rende assai poco consistenti sia lo skyline di Manhattan immaginato da Tom Brand che i lanci da alta quota intrapresi da Kevin Spacey, ma quello che davvero non fa funzionare Una vita da gatto è la sua mancanza di empatia. Anziché entrare dentro le vite dei suoi personaggi aprendo una possibilità di affezione, Barry Sonnenfeld si accontenta di mettere in scena una manciata di nomi capaci di far cartellone, Kevin Spacey, Christopher Walken e Jennifer Garner, senza preoccuparsi di dare loro alcuna consistenza né spessore emotivo, e se anche lo sguardo sornione di Christopher Walken riesce qua e là ad incrinare l’indifferenza della macchina da presa di Sonnenfeld, i protagonisti di Una vita da gatto non vanno mai oltre la dimensione della macchietta intrappolata in uno stereotipo che ne disperde ogni attrattiva.
Come se non bastasse, il tema dello scambio dei corpi tra uomo e animale, abbracciato più volte dalla Disney in progetti ripresi nel tempo come Shaggy Dog, ha il sapore di una possibilità comica esplorata solo svogliatamente che, anziché lasciar girare a ruota libera i monologhi di un Kevin Spacey alle prese con un corpo da gatto, si accontenta senza troppa convinzione del riciclo di gag escrementizie, di qualche maldestro tentativo di slapstick in CGI e dei troppo sporadici duetti caustici affidati alla coppia Spacey/Walken.

 

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Titolo originale: Nine Lives
Regia: Barry Sonnenfeld
Interpreti: Kevin Spacey, Christopher Walken, Jennifer Garner, Robbie Amell, Teddy Sears, Mark Consuelos, Cheryl Hines
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 87’
Origine: Francia, 2016