Una Vita – Une vie. Incontro con il regista Stéphane Brizé

Per me il rapporto con il tempo è un’ossessione costante. Jeanne non ha potuto, non ha saputo affrancarsi dall’idealismo dell’infanzia. Crescendo, non ha costruito alcuna protezione contro il mondo ed è questo che la rende di una bellezza struggente”. Il cineasta Stéphane Brizé racconta la lunga gestazione interna dietro alla suo ultimo film, Una Vita – Une vie, presentato in concorso alla 73esima Mostra veneziana. Basata sul romanzo d’esordio di Guy De Maupasssant, la vicenda prende forma nella Normandia di primo Ottocento per poi estendersi in un arco di circa di trent’anni. Protagonista è Jeanne, Judith Chemla, raccontata accanto al suo sposo, accanto all’unico figlio e nelle mille brutture e gioie che la vita contempla. “Mi ci sono voluti vent’anni per arrischiarmi a mettere su questo film. Maupassant è un autore che mi accompagna da sempre. Dopo aver letto il romanzo, ho sentito subito una prossimità con il personaggio di Jeanne: la difficoltà a diventare adulti, a separarsi da una dimensione di candore… L’opera di M. è atemporale perché i suoi personaggi non sono rappresentativi della sua epoca. Sono ripresi nella loro intimità, perciò raccontano qualcosa di universale. Se avesse trattato della condizione della donna nel 19esimo secolo non mi avrebbe minimamente interessato. Quello che mi spingeva verso Jeanne era il suo mondo interiore”.

Rispetto a La legge del marcato, in cui la disparità sociale e povertà costituivano i temi portanti, Une Vie, nel suo affresco di benessere economico, si confronta con un impoverimento e una perdita di tutt’altro genere: “Per quanto possano sembrare due film molto distanti, c’è in realtà una profonda connessione. Entrambi i protagonisti hanno un’idea molto alta dell’essere umano. Vivono il momento della fine dell’illusione. Riflettendo a posteriori, mi sono accorto che la similitudine tra i due si traduce soprattutto nella consapevolezza che è la nostra l’epoca della fine delle illusioni. Finito il montaggio del primo, ho rimesso meno allo script di Une vie e l’ho stravolto. Volevo adottare il punto di vista di un solo personaggio”. Piuttosto che appoggiarsi sui colori e le grandiosità tipiche del prodotto in costume, Brizé tenta di catturare lo scorrere dei giorni nella crudezza, anche brutale, della memoria. Una protagonista tanto sofferente nella sua battaglia contro le tenebre da non sembrare mai a suo agio nei controsensi e nei difetti dell’uomo. “La malinconia mi accompagna da sempre ed è visibile in tutti i miei lavori. Essa si lega al pensiero che abbiamo inevitabilmente tradito i nostri sogni. Il rapporto tra Jeanne e suo figlio è stato il primo motivo di fascino verso il romanzo. Volevo sottolineare che chiunque deve pagare per le scelte che compie. Quello che mi commuove a livello personale è che il dramma si consuma in un mondo di bellezza. Lei decide di allontanarlo dal male e lui un giorno le farà pagare, in senso letterale, quella privazione”.

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Une vie uscirà in Italia in venti copie e solo in lingua originale. Inoltre è visibile solo in formato 1:33 e dunque in una cornice quasi quadrangolare: “Ho usato questo formato perché aderente all’idea della reclusione di Jeanne. Nel cinema non si può spiegare, ma solo suggerire e proporre. Per di più, se ne avessi usato uno più grande, i suoni naturalistici sarebbero risultati ridondanti e illustrativi; li ho voluti alti e incessanti perché ci dicono molto della vita di Jeanne”.