Una vita violenta, di Thierry De Peretti

A partire dal 1975 in Corsica il nazionalismo ha subito un processo di radicalizzazione, dopo il sequestro del 90% delle terre agricole in favore dei Pied-Noir, i rimpatriati dalle colonie nordafricane dell’Algeria. Da allora e per un trentennio l’isola si è trasformata in una culla per movimenti estremisti e teatro di un bagno di sangue e delitti efferati. In principio fu l’ARC (Azione Nazionalista Corsa), cui si aggiunse il ben strutturato Fronte di Liberazione Nazionale della Corsica. Il FNLC venne denunciato per i legami con la malavita organizzata dopo essere entrato in clandestinità (1983) e finire diviso in due parti (1990), il Canale Ufficiale ed il famigerato Canale Storico, una scissione che segna l’inizio di una guerra fratricida. L’impudenza dell’accusa arrivò molti anni più tardi (1999), dall’Armata Corsa, un gruppo armato dissidente responsabile di attentati ed omicidi sia in Corsica che nelle aree metropolitane della Francia. L’affronto non poteva restare impunito a lungo. All’Armata Corsa apparteneva Nicolas Montigny, assassinato a Bastia nel 2001. La figura del giovane attivista ha ispirato Thierry De Peretti per Stéphane (Jean Michelangeli), il protagonista di Una vita violenta.

Il regista è nato e cresciuto in Corsica e nel secondo lungometraggio dietro la macchina da presa conferma l’interesse di scavare in profondità tra le esistenze degli abitanti dell’isola ed arrivare nell’area riservata ai sogni, ai desideri, dove è ancora udibile il battito del cuore. Il punto di vista preferito resta il medesimo, indagare l’inquietudine pervasiva della gioventù, con un punto di complicazione ulteriore, rappresentato dal quadro storico, che aggiunge al fremito impulsivo e misterioso il formarsi della memoria. Nel titolo di esordio Apache la spinta adolescenziale è il motore incosciente degli appetiti, dirottati dall’indecisione da un vicolo cieco all’altro, l’ineluttabile atmosfera tragica di apparente inconsistenza, stabilita su un preciso evento inatteso. In Una vita violenta l’agonia protonichilista contemporanea sopravvive nell’ombra dei cattivi maestri e l’errore fatale del gesto singolo chiama in causa l’intero contesto sociale. Quelle che si moltiplicano sono le armi.

La comfort zone statale in un’ansia da redenzione provoca nel protagonista il risultato opposto e agisce come tramite da collegamento con le frange fanatiche dell’indipendenza. L’incipit combinatorio di affiliazione scatena una serie di eventi a cascata attorno a Stéphane e la sua cerchia e descrive una faida di natura criminale che prende il sopravvento sulle motivazioni eversive. La dimensione politica ha l’aspetto delle riunioni, delle esplosioni cittadine, degli agguati, si muove dai bar di provincia fino a Bastia e Parigi, ma durante la lotta perde di valore simbolico oggettivo, riassorbita dai limiti del recinto umano. Il calvario collettivo dell’Armata Corsa e dei suoi adepti dietro il fallimento di un’aspirazione nasconde in bella vista gli ingranaggi di un gioco di potere destinato a distruggere chiunque provi a manometterlo. Fa luce sulla collusione e la corruzione e su quanto è significativo toccare con mano la mancanza di alternative per il futuro.

La presenza della madre di Stéphane, una donna dal carattere forte ed indipendente, in nome del tessuto familiare, non riesce ad evitare il naufragio delle intenzioni per evitare la deriva, scopre tardi gli errori commessi non potendo farvi rimedio. L’amore, che danza nell’aria come posseduto dalla nebbia rimane evanescente anche prima di finire in retroguardia, è superficiale, leggero pure quando indossa l’abito da sposa. La parte emotiva intima e singolare viene espropriata insomma di ogni diritto, spodestata brutalmente, e rinuncia suo malgrado al potere pure tra gesti di rimostranza ed aneliti di visibilità, stordita dal confronto con l’esterno.

Il lato delinquenziale ed il substrato giovanile sono gli aspetti che più accomunano il film del regista corso al milieu raccontato da Pier Paolo Pasolini in un romanzo omonimo e portato sul grande schermo da Paolo Heusch e Brunello Rondi, con uno straordinario Franco Citti che interpreta Tommaso Puzzilli, un povero diavolo. Nell’intrepido confronto con il passato emerge uno sguardo più acerbo rispetto alla realtà, anestetizzato dalla noia, una distanza misurabile ad un livello diverso da quella spaziale, sulle aspettative e le necessità. La ricostruzione cinematografica di Thierry de Peretti copre un arco di pochi anni e si ferma all’ingresso del nuovo millennio, e questo scarto si connette con il presente attraverso i sintomi di un decadimento con il tempo diventato cronico. Un divario annullato dalla fotografia concreta, paesaggistica, aderente agli ambienti rurali di immoto incanto, per diventare nei passaggi urbani e negli interni artefatta e artificiale.

Titolo originale: Une vie violente
Regia: Thierry De Peretti
Interpreti: Jean Michelangeli, Marie-Pierre Nouveau, Henri-Noël Tabary, Délia Sepulcre-Nativi, Cédric Appietto;
Distribuzione: Kitchenfilm
Durata: 107′
Origine:  Francia, 2017