Undergods, di Chino Moya

Cinema disperato nella sua allegoria post-atomica, nella sua narrazione pluristratificata e con la sua estetica che rivela un’altra possibile forma dell’incubo. Disponibile on demand

Forse vale la pena di spendere qualche parola sul regista di questo film disperso su piattaforme e possibili occasioni festivaliere di nicchia, uno tra i tanti travolti da un’ondata pandemica che sembra annunciare inquietanti risvolti futuri, che potrebbero assomigliare a quelli paventati nel film, effetti quasi speciali che rendono già tardivo il lavoro di Moya. Chino Moya è spagnolo, ma risiede a Londra e fino adesso si era occupato, come accade spesso, solo di video pubblicitari o musicali. In questo senso resta sempre interessante scoprire le relazioni tra queste produzioni, rivolte ad uno specifico mercato di consumo e l’estetica di un film come Undergods, che, invece, sembra piuttosto destinato ad un altro pubblico in occasione di meno consumistiche circostanze. Meno che in altre simili occasioni il film, che pure si presterebbe, pare permeato di quell’estetica da videoclip che alla lunga stanca e disturba perfino lo spettatore più disponibile.
In Undergods Moya ci prospetta un mondo non finito, un mondo che ha a che fare con i sogni, con l’incubo di un’era dentro la quale convivono più epoche, i tempi variabili e mutevoli dello stato onirico.

Quasi del tutto impossibile raccontare una trama frastagliata dentro numerosi incipit. Dentro questo futuro post catastrofe, dai toni lividi segnati da quella desertificazione umana e materiale, due laidi personaggi si aggirano con un furgone mangiato dal tempo e dalla ruggine alla ricerca di “carne”. Da qui si aprono i racconti da cui si dipartono altre narrazioni, e si susseguono una serie di storie i cui protagonisti sono un uomo e sua moglie, unica copia in un grande condominio in costruzione e quindi quando si presenterà un tizio, che dice di vivere all’undicesimo piano, sarà solo per distruggere la famiglia che lo avrà ospitato; un ricco mercante è il protagonista di una storia che un padre narra a sua figlia per farla addormentare e racconta di come quest’uomo cercherà la figlia rapita da un occasionale visitatore del suo studio che voleva coinvolgerlo in un’impresa per produrre energia, ma che il mercante rifiuta scatenando la vendetta del progettista; un uomo creduto morto torna dopo quindici anni a casa dal figlio e dalla moglie, che intanto si era risposata con un uomo inetto che lavora in una industria e non sa neppure approfittare di una promozione quando, invitato a casa del suo capo, si ubriaca e verrà buttato fuori. Ma il primo marito tornato da anni trascorsi in una colonia penale, si rivelerà un malvagio senza morale.

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Undergods è un cinema disperato nella sua allegoria post-atomica, nella sua narrazione pluristratificata e con la sua estetica che rivela un’altra possibile forma dell’incubo. D’altra parte era questo lo scopo del film, così come le stesse parole del suo regista ce lo espongono: Tutte queste ide di progresso, consumismo, utopie irrealizzabili e dittature dell’uomo bianco stanno portando questo pianeta ad un disastro assoluto.
Moya sa indubbiamente innestare bene gli scenari della fantascienza catastrofica, assimilata dalla quantità di fumetti, cinema e narrazioni di genere di cui era accanito consumatore e in Undergods sperimenta con successo queste sue capacità, intervenendo sulla forma nella doppia estetica divisa tra i momenti più puramente distopici e quella sorta di surreale contemporaneità desolata dentro i quali si svolgono i racconti che si sovrappongono.

Moya muove i suoi attacchi alla società dei consumi, alle forme dittatoriali delle ideologie destrorse o sinistrorse che siano che hanno creato un mondo destinato ad una inarrestabile deriva, un mondo che disprezza la cultura ed è destinato a vivere nel brutalismo delle sue cupe architetture. Il film, d’altra parte, deve molto alle scenografie e alle ambientazioni che il regista ha trovato a Belgrado e Tallin le due città che hanno offerto gli scenari e gli sfondi di questa composizione di storie che conferisce forma finale al film. Non tutto è perfetto in questo film, non tutto sempre fila come dovrebbe e a volte gli assunti appaiono troppo espliciti e quasi privi di ogni mediazione del mezzo utilizzato. Ma nonostante queste ricorrenti carenze ad Undergods va riconosciuta una originalità e una personalità che non è sempre facile trovare in un esordio. Il cinema di Moya forse sarà segnato dalla sua passione per il genere che comunque trova i suoi confini dentro la fantascienza, ma in ogni caso, il regista spagnolo, figlio del post franchismo e quindi forse troppo libero in gioventù in un Paese che dopo la dittatura ebbe un’ubriacatura di sfrenata libertà, che sotto sotto Moya rifiuta come stato e condizione perpetua, dovrà trovare un suo equilibrio tra morale e moralismo. Ma anche l’equilibrio si raggiunge con pazienza e lavoro e Chino Moya pare avere le carte in regola per affrontare questo impegno e affinare le sue visioni utilizzando un talento sicuramente già visibile.

Titolo originale: idem
Regia: Chino Moya
Interpreti: Géza Röhring, Johann Myers, Adrian Rawlins, Éric Godon, Tanya Reynolds
Durata: 92’
Origine: Gran Bretagna, Belgio, Estonia, Serbia, Svezia, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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