Un’estate in Provenza, di Rose Bosch

A prima vista lo schema narrativo di Un’estate in Provenza sembra noto, ma Rose Bosch ha l’intelligenza di sfruttarne i topos per dare il giusto contesto al proprio racconto sentimentale.

La Provenza di Rose Bosch è una terra placida, quasi inerme, dove le giornate senza affanni sono scandite dal soffio del maestrale, dalle feste nei paesi, dalla cura degli ulivi. E’ in quest’assolato e calmo scenario bucolico che sono, improvvisamente catapultati contro il loro volere, i tre fratelli Adrien, Lèa e il piccolo, sordomuto, Theo. Dalla caotica e superficiale Parigi tre fratelli si ritrovano in un ambiente talmente genuino in cui le loro maschere e i loro vizi da adolescenti metropolitani (l’ecologismo hipster, l’ossessione per i social network) devono lasciare spazio a nuove abitudini, soprattutto per la presenza del nonno Paul, rimasto per anni lontano dalla loro vita e ritrovato in una convivenza forzata. Non è un caso che in questa nuova avventura campagnola, sarà Theo, il più puro tra i tre (splendida la naturalezza con cui è mostrato il suo handicap), il primo a rompere le barriere della diffidenza del vecchio contadino, aprendo una breccia emotiva che coinvolgerà tutta la famiglia in una serena riconciliazione.

A prima vista lo schema narrativo di Un’estate in Provenza sembra arci-noto: ragazzi cittadini che si ritrovano in una meravigliosa campagna, magari a casa di parenti fino a quel momento sconosciuti, per fare grandi esperienze e tornare in città un po’ cambiati. Di pellicole, con questa struttura, ne hanno prodotte talmente tante, anche ambientate in Italia (dai colli toscani alle masserie pugliesi), che potrebbero formare un vero e proprio genere cinematografico, un coming of age campagnolo. Rose Bosch, però, ha l’intelligenza di non rinnegare i topos di questo canone e di sfruttarli per dare il giusto contesto al proprio racconto. La regista, infatti, è interessata, più che ai conflitti generazionali e sociali tra città-campagna o giovani-anziani, ai sotterranei conflitti emotivi di una famiglia che sta cercando di ricostruirsi con fatica e lavoro. Il rancore di Paul, agricoltore ancora segnato dall’abbandono della propria amata figlia, nei confronti dei propri nipoti, si mostra e si disinnesca per tutto il corso della pellicola con coerenza e linearità, appoggiandosi sulla caratterizzazione di un personaggio per nulla banale e su una grande interpretazione di Jean Reno, finalmente convincente nel ruolo leggero del nonno scorbutico ma dal cuore d’oro, alla fine disposto a tutto per proteggere i propri ragazzi.

E’ dunque proprio nel rapporto tra i tre adolescenti e i loro due nonni (non bisogna dimenticare neanche la prova solare di Anna Galiena) che Un’estate in Provenza trova davvero la propria anima, trasformando una pellicola dai meccanismi narrativi fin troppo meccanici e con una visione fieramente idealizzata di una regione fatta da vino, da olio e dalle risate in piazza, in un piccolo e sincero racconto edificante.

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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Titolo originale: Avis de mistral
Regia: Rose Bosch
Interpreti: Jean Reno, Anna Galiena, Aure Atika, Jean-Michel Noirey, Charlotte de Turckheim
Distribuzione: Nomad Film Distribution
Durata: 105′
Origine: Francia 2016

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