UN’ETA’ DA COWBOY

Fra qualche giorno compirò quarantotto anni. E mi viene da pensare che, ormai, ci sono. Mi vedo bene fra canyons e fiumi rossi, tra Monument Valley e John Wayne, tra carovane e attacchi cheyenne. Un po’ Open Range (oddio, bellissimo), un po’ Tex Willer. La mia generazione è piena di sogni così – come dire – infantili. Se li porta dentro da anni e per anni. Li coccola e li sgranocchia con la solita, godibile nostalgia di sempre. Magari sogna ancora di invecchiare tra i pacifici navajos… Insomma, non so se sto maturando o se sto, definitivamente, regredendo. Forse è che uno, invece di perdere certi sogni, se ne avvicina. Fatto sta che mi perdevo dietro a simili idee (chiamatele idiozie, se volete) e m’è venuto da pensare a tutte le cose che ho iniziato a fare solo da qualche anno. Come andare in moto, ad esempio. O frequentare un corso d’inglese – colpa di quel periodo in cui c’era da scegliere, alle scuole medie, tra francese e inglese e la scelta cadeva, drammaticamente, su un francese già masticato, un po’, da uno dei genitori. Comunque, mi stavo perdendo tra queste cose quando m’è ricomparsa questa figura… fantasmatica: la vecchia del corso d’inglese. Una tipa magra, alta, ossuta, settantacinquenne, che rompeva mortalmente per la lentezza di uno studio terribilmente tardivo. Se ne veniva puntuale, a ogni lezione, senza saltarne mai una, e metteva a disagio i docenti e tutti gli allievi che, a causa sua, erano costretti a tediose ripetizioni e a tempi lentissimi d’apprendimento. Non se ne poteva più. Ma più la gente m’è antipatica, più mi ci attacco. E, alla fine, mi sono pure messo a chiacchierare con l’insopportabile vecchina. Allora ho scoperto del suo odio per una materia che il marito, docente di lingue, aveva sempre padroneggiato brillantemente: doveva essere proprio questa capacità innata, da parte del coniuge, a parlare questa lingua a spingerla lontano, a far sì che altri fossero i suoi interessi, i suoi studi. Di professore d’inglese, in casa, bastava il marito. Poi il marito era morto. Ma non era bastato questo a convincere la donna ad avvicinarsi a un idioma che lei aveva trovato sempre detestabile. La motivazione della sua presenza, lì fra noi, era un’altra. Il figlio aveva sposato un’australiana. Dalla quale aveva avuto due figli e dalla quale, alla fine, s’era separato. L’ex moglie era tornata, così, alla sua terra. E rimaneva un filo che, questa donna, non voleva che si spezzasse. L’esile filo che la legava ancora a questi suoi nipoti ora troppo lontani. Questa storia edificante non ha un finale. O, almeno, non ha un finale noto. A un certo punto l’anziana signora non è venuta più. Deve essersi accorta degli sbuffi e dei fastidi che la sua presenza dava. Non è venuta più e, questo, faceva il paio con uno stupido senso di colpa (mio) che non aveva e non ha motivazione. Mi dicevo sempre che, questa storia, meritava almeno un racconto. E prima o dopo conto di scriverlo. Niente su cui piangere, promesso. Una storia così, di una che, a settant’anni e passa, decide di mettersi a studiare l’inglese per poter parlare ancora qualche volta, nella sua vita, a degli sconosciuti che s’ostina a chiamare nipoti.