Un’immagine grande. Intervista esclusiva ad Agnès Varda

Milano, Marzo 2018. Sull’agenda è segnato alle ore 17 “Varda”. E’ passato più di un anno da quell’incontro e, alla notizia della sua scomparsa, quasi non ricordavo quella mezz’ora trascorsa nella sua camera d’albergo. La classica foto rubata, la cartolina autografata di Visages Villages, la pioggia fuori dalle finestre, i suoi occhi stanchi, quelli sì, ma riascoltando oggi quella conversazione, rimasta per vari motivi nel cassetto, mi è sembrato necessario e inevitabile risentire le sue parole e trascriverle condividendole con chi, nonostante la sua scomparsa, ha ancora bisogno di dialogare con lei e le sue immagini…

Sembra quasi che, in Visages Villages, lei abbia voluto ripercorrere, con il suo viaggio insieme a JR, la Storia del Cinema: certi corpi, nelle prime scene, sembrano usciti da un film dei Lumière, il momento dell’operazione all’occhio che rimanda al taglio di Un Chien Andalou, la fine del viaggio che coincide con Godard e dunque con la Nouvelle Vague…

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Pensa che quando ho cominciato a fare cinema ancora non esisteva il nastro magnetico. Ho conosciuto, e imparato, diverse tecniche ma il mio pensiero sul come fare cinema non è mai mutato. Quando ho fatto i miei primi film, era un’epoca dove i media enfatizzavano eccessivamente il bisogno di realtà ma le cose mutano con velocità imprevista e quello che ho sempre cercato di fare è da un lato “concettualizzare” e ordinare il mondo, dall’altro accettarlo per come è e credo che siano questi due elementi, seppur in contrasto, a modellare un’arte come il cinema. Questo film è anche un modo per domandarci: “Dove andiamo dopo?”
E per dopo intendo anche il “progresso” del cinema.

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Un’altra impressione è che lei abbia riscritto ulteriormente proprio la sua Storia ma, a differenza di Les plages d’Agnès, dove il dato biografico prevaleva sul resto, qui ritornano e si fondono i murales americani di Murmurs, i “dimenticati” di Les glaneurs et la glaneuse, la frontalità non riproducibile dei corpi parigini di Daguerréotype
Ne Les plages d’Agnès volevo riassumere la mia intera esistenza: dalla mia nascita, passando per la guerra fino alle lotte femministe, senza dimenticare il mio amore per Jacques Demy e per il cinema naturalmente, mentre questo film è un qualcosa in più anche perché la realizzazione è stata una conseguenza naturale della nostra amicizia. JR ha accolto subito l’idea e così siamo partiti, senza una vera e propria organizzazione anche perché fare cinema è un’azione istantanea, come l’immaginazione, e fin dalla nostra prima tappa, nel Nord della Francia, abbiamo compreso che azione e immaginazione, nelle nostre rispettive teste, si incontravano alla perfezione. Forse, inconsciamente, ho voluto ripercorrere anche parte della mia filmografia ma non è stato nulla di studiato.

A proposito di azioni istantanee, anche gli incontri con gli abitanti dei vari paesi sembrano più dettati dal caso che da uno studio preventivo…
Ci siamo approcciati alla gente in maniera, credo, naturale. Quando siamo arrivati al Nord, come accennavo prima, in tanti ci dissero “Lasciate perdere, qui le strade sono vuote” ma subito dopo abbiamo incontrato Janine che ci ha conquistati al primo sguardo. Abbiamo cercato di stabilire un dialogo con la gente che incontravamo e abbiamo compreso fin da subito che dovevamo far emergere la loro immaginazione e la loro creatività. Li abbiamo stimolati e, attraverso la fantasia mia e di JR, abbiamo permesso loro di esprimersi, non hanno lavorato con noi ma hanno contribuito a creare una dinamica di incontro. Non abbiamo pianificato nulla prima delle riprese, le uniche scene ”scritte” sono quelli di noi due nella cucina di casa mia.

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Quelle scene mi hanno fatto pensare a Le camion di Marguerite Duras, alle sequenze di lei e Depardieu mentre leggono la sceneggiatura ma, se nel film di Duras l’incontro tra il testo e il lettore si incarnava nel corpo autoriale/attoriale, nel vostro film invece è un dialogo/incontro dove l’umanità ritrova il suo posto centrale, ancor prima di voi autori…
Volevo capire come sono cambiate le relazioni oggi. Pensa al contadino: una volta in campagna lavoravano decine e decine di persone, il raccolto era un rito collettivo, quasi pagano; oggi lui lavora da solo con il suo computer. Quello che manca oggi credo sia il legame fra le persone, lo stare insieme e filmare queste persone è anche un modo per “connetterle” al resto del mondo, come se anche lo spettatore le avesse realmente incontrate.

Riguardo alle connessioni, il film sembra quasi denunciare atti privi di “connessione umana”. come possono essere i selfie, per esempio, dove non vi è più filtro tra chi fotografa e il soggetto…
Non è stato qualcosa di prestabilito, non volevamo dare una lezione, la nostra risposta sta nell’atto creativo. Il mondo oggi è bombardato di immagini, la maggior parte prive di senso, e allora mi chiedo: perché non dire alla gente che è importante tanto quanto un attore o un politico? Sta a noi dire “Sei bellissimo. Meriti un’immagine grande”. Questo perché tutti meritano di farsi immagine gigante su un muro. Molto gente oggi mi chiede di fare un selfie, rispondo sempre di sì anche se per me non ha assolutamente senso ma mi adeguo. Ho perfino aperto un account Instagram, su spinta di JR.

La politica invece, almeno in apparenza, è “esclusa” dai vostri dialoghi, nonostante credo che sia già un atto politico di per sé filmare questi corpi…
Non volevamo entrare nella situazione politica, non abbiamo mai chiesto alle persone del loro voto, abbiamo deciso preventivamente di restarne fuori ma credo sia un atto politico quello di proporre di fare arte a chi non la fa per farli sentire parte di essa.

Lei nasce come fotografa e la precisione delle sue inquadrature, che documentano la realtà e al tempo stesso catturano lo statuto inafferrabile delle emozioni, “tradisce” sempre questo suo apprendistato. Alla luce di queste considerazioni, quanto è importante per lei il fuori campo?
Per me il fuori campo ha da sempre un’importanza fondamentale. In passato ho realizzato dei trittici aperti al centro proprio per sottolinearne la “centralità”. Quello che sta nell’inquadratura per me è proprio quello che non vediamo. In un film quello che vediamo è ciò che vive nell’inquadratura, questo è quello che abbiamo scelto di ritagliare perché sapevamo cosa mostrare ma quando facciamo del cinema non si può prescindere dal pensare a chi lo guarderà, non lo facciamo insomma esclusivamente per noi, per ricordarci ad esempio delle nostre vacanze. A volte dico a me stessa ”Se faccio questo, come può essere compreso? Può essere capito così o serve altro?”
Volevo che le inquadrature, tra una sequenza e l’altra, mostrassero me e JR dentro un paesaggio, volevo che il tempo e la riflessione prendessero piede nel film. Ci sono dei piccoli momenti nel film che credo catturino questa cosa e mi sembrano simili a un respiro che riempie l’inquadratura perché sono le immagini a rivelare le cose e a farle respirare di vita.