#RomaFF10 – Un’incredibile casa accogliente: The End of the Tour, di James Ponsoldt

“Tu che l’hai letto, com’è Infinite Jest?”

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“Lungo”

Potrebbe essere benissimo un dialogo, tra i tanti curiosi, critici, analitici, flemmatici, assordanti e rabbiosi, di questo The End of the Tour che James Ponsoldt ha tratto da Come diventare se stessi: un viaggio con David Foster Wallace di David Lipski, cronaca  dei giorni che lo scrittore e redattore del mensile Rolling Stones passò in compagnia del celebre scrittore per un’intervista per il magazine. E invece è un dialogo della “nostra” vita quotidiana, ma terribilmente in sintonia con l’approccio empatico, dolce e ricco di quotidianità spicciola che il film restituisce con deliziosa, e magnifica, tenerezza.

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Siamo nel 1996 e lo scrittore David Foster Wallace (interpretato da un sorprendente Jason Segel) ha da poco pubblicato il suo romanzo di maggior successo, Infinite Jest, e mentre sta per concludere il suo tour di presentazioni concede al giornalista della rivista Rolling Stone, David Lipsky (Jesse Eisenberg), un’intervista di cinque giorni.

Lipsky è uno scrittore anch’egli, ma non di successo, e prima di questa intervista era piuttosto scettico nei confronti di Wallace, ma dopo la lettura del romanzo ne resta folgorato al punto di chiedere e ottenere dal giornale la possibilità di pubblicare una intervista allo scrittore (“Sai quante interviste abbiamo fatto agli scrittori negli ultimi anni? Zero!”, spiega al direttore per convincerlo dell’unicità e necessità della sua “impresa”).

Quando arriva nella casa, circondata dalla neve, di Foster Wallace, Lipsky, si trova di fronte una figura molto diversa da quella che si era immaginato, e l’intera esperienza della sua frequentazione di Wallace (tra automobili prese a noleggio, fumate, aerei, supermercati, bar, e la casa con i cani dello scrittore)  sarà una messa in discussione dei suoi pregiudizi “ideologici” sulla figura dello scrittore di successo “maledetto”.

Che poi Wallace, una maledizione la portava realmente dentro di sé, al punto da morire suicida impiccato nel 2008, anno da cui parte la storia, che in realtà è un lungo flashback di Lipsky che racconta il suo libro al pubblico. Ma non era lo stereotipo della triade sex, drugs & rock’roll, che il più giovane dei due David si era immaginato.

The End of The Tour è un film paradossale. Pur essendo incentrato su due personaggi e sui dialoghi, a volte simpatici altre volte irritanti, molto spesso “incomprensibili” nel loro intellettualismo esistenziale, deve la sua forza magnetica al di fuori delle parole, che restano appese allo sguardo come le musiche che Danny Elfman ha raccolto per il film.  Sono gli scambi di sguardi, la reciproca curiosità, la scoperta della propria (e altrui) fragilità, a dare un “respiro visuale” a un film che sembra un’incredibile casa accogliente, uno di quei luoghi cosi amabili da abitare che non vorresti uscirne mai.  Ed ecco che mentre i due scrittori discutono del “senso dell’arte” e della natura perversa della scrittura, noi ci appassioniamo per le loro bevute analcoliche, per le mangiate golose di snack, per il muoversi in quella casa caotica dove non c’è la televisione (“la mia unica vera dipendenza”, confesserà Wallace), per quella empatia che scatta tra i due giovani scrittori, al punto da spingerli a litigare per un tentativo di flirt che Lipsky porta avanti con una vecchia amica del college di Wallace.

Molte volte i film sugli artisti ci mettono voglia di conoscere la loro opera. Se sono musicisti di ascoltare i loro dischi, se sono pittori di vedere i loro quadri, se sono scrittori non vedi l’ora che finisca il film per immergerti nella lettura delle loro storie. In The End of the Tour, per noi spettatori, non avviene nulla di tutto questo. Siamo solo lì, con i due David, e non vorremmo più uscire da questa storia.

Forse un omaggio migliore uno scrittore non potrebbe neppure immaginarselo.