(unknown pleasures) “Hemingway & Gellhorn”, di Philip Kaufman

nicole kidman e clive owen in Hemingway & GellhornÈ a Key West che Ernest Heminway e Martha Gellhorn si inontrano nel 1936. Lui è già uno scrittore affermato, lei una giornalista, corrispondente di guerra. Attraverso un’intervista alla giornalista, prendo avvio il racconto, che attraverso i ricordi e le parole, si dipana, tra la guerra civile in Spagna, il lungo soggiorno a Cuba e il viaggio in Cina. Una passione forte, come tutto quello che sapeva sprigionare lo scrittore, in piedi, appoggiato al comodino di stanze di albergo o di casa propria, a vomitare parole sulla macchina da scrivere, a fare planare a terra pagine e pagine di genialità pura, autentica. È proprio questa immagine che resta maggiormente impressa alla sua compagna Gellhorn, donna mai doma e sempre spaventata di morire all’ombra del colosso Ernest. Gellhorn non può fermarsi, è sempre attratta dal campo di battaglia, per raccontare la verità; Hemingway è stato accolto anche ad Hollywood e rappresenta ormai un punto di riferimento fondamentale per tutti gli intellettuali anti-sistema.

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Storia di un incontro, conflitti, passioni che raccontano la parte più “militaresca” dello scrittore, tralasciando quella letteraria e distruttiva, o facendolo apparire tra le righe, tra una battaglia e l’altra. Film concepito per la televisione, ha la forza di scombinare il territorio cinematografico, rientrandoci appieno. Found footage, come fosse un tele trasporto, dal piccolo al grande schermo o viceversa, facendo entrare e uscire i suoi protagonisti dalla storia, dalle immagini di repertorio, caricandosi di una forza narrativa esplosiva e sempre ispirata. Anche alcune grossolanità di sceneggiatura o di caratterizzazione degli interpreti, Kaufman sembra averle studiate dettagliatamente, regalandoci una libera e avvincente storia d’amore e frammenti imprescindibili di una vita vissuta sempre al massimo. Kaufman con Uomini veri vincitore dell’Oscar nel 1983, e ricordando almeno altre pellicole impressionanti, tra cui La banda di Jessie James o il più recente La tela dell’assassino. Kaufman, ancora una volta sembra trovare forza soprattutto nella capacità di attingere al cinema classico, o quantomeno all’immaginario del cinema classico, per poi gonfiarlo con una raffinata e a volte eccessiva operazione di esportazione ed importazione dai set altrui. Set sempre carico, ricolmo, come fosse un’opera lirica mozartiana, tra giocosità, mito e musica. Nicole Kidman sembra essere stata prelevata dal set di Australia e catapultata al fianco di un altro macho, interpretato da Clive Owen, capace di cambiare pelle più volte nel film. Set ricostruiti, buttati giù dalle bombe, viaggi sul fiume giallo, pesca grossa al bordo di una chiatta, fiumi di alcool e di parole,  come se fossimo avventori in un film d’avventura, viaggi "virtuali e simulacrali", vissuti surrettiziamente per tramite dell'identificazione in personaggi di finzione, ma sempre e comunque prepotenti pungoli alla fantasia e alla sublimata soddisfazione del proprio immaginario vorace.

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"Tutti mi chiamano Bionda ma bionda io non sono. Porto i capelli neri! Porto i capelli neri!". Clive Owen/Hemingway la canta in italiano al primo incontro con Nicole Kidman/Gellhorn.
“La sera canta con Mary la vecchia canzone imparata da noi a Cortina: "Tutti mi chiamano bionda, ma bionda io non sono: porto i capelli neri".
La tragedia esplode all'alba del 2 luglio insieme a due cartucce che gli squarciano la testa".

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(Fernanda Pivano, Cronologia della vita di Ernest Hemingway).