(unknown pleasures) – "Simon Killer", di Antonio Campos

simon killerSimon mangia solo street food, Simon cammina solo con le cuffie e lo shuffle, Simon quasi preferisce farsi le seghe che scopare, Simon mette sempre felpa con cappuccio e giubbotto, Simon uccide. No, Simon non uccide, perché non è un killer, non è Simon Killer. E allora panoramica a ritroso…

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Simon è un giovane neo-laureato in piena crisi vitale. Non sa bene cosa fare dopo l’università, ed è sconquassato dalla rottura con Michelle, la ragazza con cui è stato legato per anni. Su consiglio dei genitori, si reca in vacanza a Parigi per lasciarsi un po’ tutto alle spalle. Lì inizierà a perdersi per la città, per i musei, per i locali, fino ad incontrare Victoria, escort di cui si invaghisce tanto da rimanere ancora a vagare…

I piani sequenza, le panoramiche, i dettagli di quella griglia formale rigidissima eppure funzionale che era Afterschool – tutto torna in questo nuova e seconda composizione di Antonio Campos, ma si tratta di un’altra ricerca, di un’altra direzione. E’ come se l’agnizione finale del precedente film fosse il motore immobile che sta dietro la scrittura e la regia di questo Simon Killer: lì dove la rivelazione avveniva tramite una “grammatica delle immagini” finalmente libera di non mostrare sempre e solo sé stessa davanti a tutto – una semplice, innocua, ma esplosiva macchina a mano che in un controcampo assoluto ci fa vedere Robert e le gemelle Talbert –, qui si abbatte tale sovrastruttura e si compone pezzo dopo pezzo una storia tutta da scoprire. Una storia che è ingannevole perfino nel suo atto originario: Simon non è un killer, non uccide. O almeno non ancora. Così assistiamo al comporsi della lenta discesa di Simon verso quel patronimo che lo marchia davanti ai nostri occhi e al quale non arriverà mai, nonostante tutto e tutti, lui, noi, la violenza strisciante, la rabbia repressa, le ossessioni celate, credano il contrario. Perché Simon è il gradiente minimo delle figure che compongono l’oscurità: misogino, bugiardo, vile, ricattatore, affronta a tentoni la sua parabola simil-criminale inscenando maldestri tentativi di truffe, circuendo prostitute, ingannando la propria famiglia. Un malvagio dei più bassi, a cui è negata perfino l’ebbrezza liberatoria dell’assassinio.

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E le direzioni di impatto della consapevolezza spettatoriale e del personaggio collassano: il film per noi è un detour a reverse, una ricostruzione dei minimi indizi lasciati per strada da Campos e Simon stesso: l’e-mail dove Michelle accenna quasi con pudore ad un Simon mai realmente conosciuto, la presentazione buttata a memoria (“I studied Neuroscience with a primary focus on the relationship between the eye and the brain. My thesis project was about peripheral vision. It dealt with something called 'crowding' and 'size pooling'. How the width of one object is given a weighted average of the objects around it. The effect is called 'size pooling'. It was published, actually”), il modo in cui costruisce la relazione con Victoria. Quella che pian piano sembrava una caduta voluttuosa e feroce verso un lato malvagio solo adesso presente in superficie, si rivela una definitiva presa di posizione di Simon e del suo sempre presente lato oscuro, che per molti anni e diversi minuti aveva ingannato assieme chi gli stava attorno e noi spettatori.

Campos dunque non rinuncia ad essere programmatico, non può, ogni suo lavoro – e ci mettiamo anche la sua Borderline Films – è direzionato da coordinate teoriche e fattuali ben tracciate, ogni suo movimento è manifesto. Minuziosamente sistema i concetti e i simboli al loro giusto timing (l’oggetto di studi di Simon, il suo fare sesso in modo diverso con Victoria e Marianne, le e-mail a Michelle, la triade di effigi Volpe/Leone/Tigre), erigendo un sound martellante e continuo, coprendo Parigi di blu e rossi. La scelta definitiva Campos la raggiunge quando arriva ad identificare il film con Simon stesso, lasciando a lui la gestione della colonna sonora tramite lo shuffle casuale, scelta dalla quale inizia la ricerca dello spettatore…

Al deserto di suoni, movimenti, colori, emozioni di Afterschool si alterna questa mostrazione sensoriale di Simon Killer, splendido pulsare di suoni e corpi tra scene di ballo scarnificate con gli Spectral Display e lunghe inquietudini assieme agli LCD Soundsystem a ritmare il grumo attoriale di Brady Corbet, per un dittico di opere complesse e stranianti a firma, non a caso, Borderline Films.

 

 

IL TRAILER

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