Un’ombra sulla verità, di Philippe Le Guay

Dramma sociale con sfumature noir che non riesce ad alleggerisce una narrazione che risulta alla fine programmatica. Buona comunque la prova di Jérémie Renier e Bérénice Bejo.

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Iniziamo sgombrando ogni dubbio. Anche se il titolo italiano sembra evocare ascendenze hitchcockiane, l’ultima fatica di Philippe Le Guay (Le donne del 6° piano, Molière in bicicletta) è più ascrivibile al dramma sociale con qualche sfumatura noir. Simon (Jérémie Renier) ebreo spinto da buonismo piccolo borghese vende la propria cantina a Jacques Fonzic (François Cluzet), ex professore di storia al liceo, che si scoprirà essere antisemita e negazionista. L’uomo della cantina (il titolo originale francese è L’homme de la cave) farà disintegrare i fragili equilibri di Simon con la moglie Hélène (Bérénice Bejo) e la figlia adolescente Justine (Victoria Eber).

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Sembra abbastanza chiaro l’intento di Philippe Le Guay: in una società apparentemente democratica e liberale come quella francese, la reazione violenta contro i negazionisti dell’Olocausto e i cyber terroristi (che bombardano i social con improbabili fake news), porta inevitabilmente dalla parte del torto. L’errore di Simon è credersi al sicuro nel suo appartamento luminoso al centro di Parigi. Le sue bugie, le sue assenze, le sue mancanze nei confronti della moglie e della figlia, la sua superficialità nel condurre la vendita della cantina diventano il grimaldello per fare scardinare ogni principio. In una escalation drammatica in cui ogni evento innesca quello successivo, Simon si troverà anche a fare i conti con un passato familiare poco chiaro, con accuse di collaborazionismo. La moderna società occidentale non sembra preparata a combattere con le armi della scienza e della ragione le teorie dei cospirazionisti, complottisti, terrapiattisti, no vax e negazionisti. Come se la comunità virtuale dei social network diventasse l’unica fonte di informazione. Non è un caso che Justine ed Hélène subiscano l’influenza nefasta del manipolatore Jacques: una alle prese con i traumi adolescenziali dell’accettazione del proprio corpo, l’altra spaesata da un marito che le nasconde costantemente la verità. Nonostante la importanza del tema, lo svolgimento della narrazione procede con molta lentezza e qualche inciampo. È proprio la figura del vecchio professore negazionista che non convince del tutto, probabilmente perché disegnato asetticamente per portare lo spettatore più a comprenderlo che a giudicarlo. Convincenti invece le prove di Jérémie Renier e di Bérénice Bejo, il primo rende credibile la sua escalation di rabbia frustrata, la seconda trasmette empaticamente il crollo delle sicurezze della propria vita borghese.

Philippe La Guay non ha la precisione chirurgica di Chabrol, né la capacità introspettiva di Polanski. Non alleggerisce la narrazione approfondendo il contesto ma insiste sulla contrapposizione buio (cantina) e luce (appartamento) che risulta alla fine programmatica. L’Europa ha dentro di sé i germi reazionari del negazionismo e dell’antisemitismo: ma per combatterli non basta la tecnologia e la digitalizzazione. Né la burocratizzazione legislativa. Serve fare i conti con il proprio passato.

 

Titolo originale: L’homme de la cave
Regia: Philippe Le Guay
Interpreti: François Cluzet, Bérénice Bejo, Jérémie Renier, Jonathan Zaccaï, Victoria Eber, Denise Chalem
Distribuzione: Bim Distribuzione
Durata: 114′
Origine: Francia, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5
Sending
Il voto dei lettori
3 (3 voti)
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