Valley of the Gods, di Lech Majewski

C’è tutto quello che si desidera dal cinema d’autore, nell’ultimo film del polacco Majewski, ma in dosi prive di misura. Con John Malkovich e Josh Hartnett

Alla fine della visione di Valley of the gods, nell’evocativo frame finale che vede il protagonista John Ecas (il redivivo Josh Hartnett) abbracciato dalla moglie scrivere seminudo in una scrivania piantata nell’altipiano dell’omonima valle dello Utah, anche noi ci concediamo una metafora critica per cercare di penetrare l’ultimo film di Lech Majewski. Come un ambizioso saggio il lungometraggio è infatti gonfio di talento ma allo stesso tempo di eccessi manieristici che ne appesantiscono la visione. In un cinema che da sempre si nutre di pulsioni artistiche a tutto tondo – la pittura, ovviamente, considerata la biografia del regista ma anche la concettualità della videoarte per arrivare infine alla patina della pubblicità più raffinata – Valley of the gods avrebbe probabilmente necessitato di emendamenti cinematografici da parte della crew tecnica. Il fatto che il regista polacco, in questa sua opera pronta dal 2019 che ha rifiutato il passaggio in streaming per portare avanti l’idea della sacrale fruizione in sala, abbia anche assunto le vesti di produttore, sceneggiatore e montatore ne ha accentuato la tensione alla magniloquenza poetica.

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Il doppio conflitto, interno ed esterno, di Wes Tauros (John Malkovich) che nel suo rinascimentale palazzo prova attraverso riti ctoni a far rinascere la defunta moglie attraverso le squisite fattezze della misteriosa Karen (Bérénice Marlohe) mentre fuori manifesta la sua anima predatrice da uomo più ricco del Pianeta acquistando il Navajo Tribal Park per farne una riserva nucleare, abdica da subito all’unitarietà narrativa per procedere con l’accumulo. La giustapposizione di dieci capitoli che si susseguono a volte senza ordine cronologico ed altre saltando da un micro-storia all’altra ha l’effetto paradossale di dare troppa libertà di movimento a Majewski. Così, le diverse intuizioni visive (il sesso, in odore jodorowskiano, del nativo americano con le rocce della valle per rifarsi della sterilità della compagna o la distruzione della città, questa kubrickiana, operata dal gigantesco Rock-child) e di scrittura vengono disperse in uno sforzo estetizzante continuo, in un abuso d’assoluti tematici che, complice l’andamento rallentato della pellicola, fanno dubitare della poetica stessa del regista. Come nel caso del Covid-19, era davvero questa la normalità, questa del canone da cinema d’autore, a cui volevamo ritornare?

Titolo originale: id.
Regia: Lech Majewski
Interpreti: John Malkovich, Josh Hartnett, Jaime Ray Newman, John Rhys-Davies, Bérénice Marlohe, Keir Dullea, Tokala Black Elk, Saginaw Grant, Joseph Runningfox
Distribuzione: CG Entertainment/Lo Scrittoio
Durata: 126′
Origine: Polonia, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
1 (1 voto)
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