Vampire in the Garden, di Ryōtarō Makihara

L’anime Netflix si serve del brutale conflitto tra vampiri e umani per ragionare metaforicamente sulla discriminazione in seno alle società, dominate da leggi suprematiste in tempi bellici

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Vampire in the Garden vuole offrire una visione del mondo attraverso la lente della diversità. Nella sua animata realtà tutto si gioca sul confine della contrapposizione, del confronto di idee, azioni e stati esistenziali che in virtù di una specifica declinazione genetica non lasciano spazio ad una (parvenza di) apertura verso l’alterità. Le differenze che da esse derivano sono perciò inestinguibili, dal momento che traggono origine e vitalità proprio dal soverchiamento dell’altro. E in un orizzonte in cui il diverso è l’immagine stessa del fallimento collettivo, la sopravvivenza delle due specie (in questo caso, quella dei vampiri e degli esseri umani) non può che manifestarsi in un conflitto perenne, che demolisce ogni sintomo di coesistenza pacifica, immersa com’è nella perentorietà di una guerra (dis)umana.

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All’interno di una perenne cornice bellica, in cui vampiri e umani lottano all’ultimo sangue per affermare la (presunta) superiorità genetica della propria razza, Vampire in the Garden trova comunque uno spazio di luce. L’amicizia interrazziale tra l’umana Momo e la regina dei vampiri Fiine, è qui il cuore emotivo del racconto, e insieme il veicolo unico per una critica sociale più ampia. Nonostante vengano considerate alla stregua di aberrazioni da parte dei rispettivi battaglioni di appartenenza – gli umani da un lato, i vampiri dall’altro – le protagoniste fanno delle differenze biologiche il punto di partenza per un rapporto profondo, basato sulla trascendenza, e non più sulla riaffermazione, delle tanto vituperate difformità genetiche. Il legame “antinaturale” che si viene così a formare tra i due personaggi femminili diventa allora specchio di una feroce riflessione polemica, che estende il suo raggio d’azione alle ingiustizie della (nostra) realtà. La messa in scena di una reciprocità emozionale tra individui di segno opposto sfida perciò ogni assunto di incompatibilità tra razze. Affronta cioè quelle stesse leggi suprematiste che in un contesto bellico – come in 86 Eighty-Six – emergono sempre a cifra dominante della quotidianità guerresca. Non è un caso infatti che in una realtà così umanamente coercitiva, Momo e Fiine abbandonino sin da subito il campo di battaglia, per inseguire insieme il “sogno” di una paradiso terrestre, in cui sia possibile (soprav)vivere all’insegna della coesistenza interrazziale.

Ma Vampire in the Garden ha comunque i piedi ben piantati nella realtà. Nell’iconografia, come nell’identità, i suoi personaggi sono simboli di una narrazione utopica, inquadrati come veicoli ideali per il superamento collettivo delle disparità (culturali, razziali, sociali). E in quanto sinonimi di utopia, le loro azioni non possono che soccombere sotto il peso di un mondo cannibale, che divora le prede più fragili per reiterare con forza quelle stesse disuguaglianze che si intendono superare. Un contesto che le continue divagazioni sensazionalistiche rischiano in parte di edulcorare, ma che emerge lo stesso a nucleo significante di un racconto metaforico, dove la cornice da vampire movie è il filtro generico con cui raccontare le derive disegualitarie della nostra società. L’espressione, del resto, di una continuità produttiva che Wit Studio manifesta con alcune sue precedenti opere – pensiamo a L’attacco dei giganti o Ranking of Kings – secondo però un formalismo decisamente eclettico. Diversamente dalla coerenza stilistica del Ghibli o della Madhouse, Vampire in the Garden è perciò l’ultimo tassello di una politica editoriale spuria, che adatta il disegno alla singolarità identitaria della storia. In questo senso la (parzialmente stucchevole) contaminazione infografica con la CGI è da intendersi come canale per l’iperrealismo, come mezzo estetico con cui il racconto giunge alla rappresentazione animata di una realtà ipotetica, in vista del necessario confronto con le verità del nostro mondo.

 

Titolo originale: Vanpaia in za Gaden
Regia: Ryōtarō Makihara
Voci: Yu Kobayashi, Megumi Han, Hiroki Touchi, Rica Fukami, Chiaki Kobayashi
Distribuzione: Netflix
Durata: 5 episodi da 24-31′
Origine: Giappone, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.4
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Il voto dei lettori
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