Van Gogh. Tra il grano e il cielo, di Giovanni Piscaglia

“Quando si cammina per ore attraverso questa campagna, davvero si sente che non esiste altro se non quella distesa di terra, la verde muffa del grano o dell’erica. E quel cielo infinito” (Vincent Van Gogh)

“Come una sposa. O una novizia che prende i voti”. Il nuovo viaggio del cinema alla scoperta di Van Gogh, pittore “postumo” di opere epocali (niente è come prima dopo I mangiatori di patate e La notte stellata), si snoda, per parole e immagini, attraverso quello, speculare e mistico, di Helene Kröller-Müller, la donna che ne I cesti di limone con bottiglia, osservati per ore, scorgeva “la perfezione di tutte le cose”. E a cui si deve un contributo fondamentale per trarre fuori il maestro olandese dalla sua “inattualità”: circa vent’anni dopo la scomparsa di Vincent, Helene, ricca figlia di industriali tedeschi giunta in Olanda col marito Anton Kröller,inizia un percorso che trasformerà il terreno di caccia di famiglia nel parco del Kröller-Müller Museum, tempio della più importante collezione privata dedicata a Van Gogh dopo quella dei suoi eredi. Da qui, nel paradiso naturale di Otterlo, vicino Amsterdam, provengono i 43 dipinti e 86 disegni attualmente esposti nella Basilica Palladiana di Vicenza, per la mostra Van Gogh. Tra il grano e il cielo a cura di Marco Goldin.

La pellicola, diretta da Giovanni Piscaglia e scritta da Matteo Moneta, affronta il nodo spirituale della parabola umana e artistica del pittore dei girasoli attraverso il doppio binario della vicenda di Helena, e della sua ricerca di Dio contemplando/imitando Van Gogh sullo sfondo immaginifico del parco, e del percorso espositivo della mostra. Virgili rispettivamente Valeria Bruni Tedeschi e lo stesso Goldin, consulente scientifico del documentario in contrappunto, autorevole e poetico, con gli esperti Sjraar van Heugten, Leo Jansen, Pascal Bonafoux, Georges Mayer, Eva Rovers, e Lisette Pelsers.


Valeria Bruni Tedeschi rilegge, nella chiesa di Auvers-sur-Oise, l’ultima dipinta da Van Gogh prima del suicidio, il fitto epistolario di Helena (oggetto a sua volta della biografia di Eva Rovers) in “postuma” e ideale corrispondenza con quello, altrettanto ricco, del genio olandese (curato da Leo Jansen); il tema è, ossessivamente e amorosamente, Van Gogh. Oltre l’ideale umanistico della conversazione col “Modello” di cui Helena ricalca la “povertà” deliberata dei costumi e la dedizione agli ultimi, curando i feriti sul fronte della Grande Guerra, interlocutore reale delle lettere è l’amico Sam; a lui si deve il salvataggio della collezione durante l’occupazione nazista, grazie alla sua relazione col governatore del Reich per il Belgio (storia simile a quella di Francofonia di Sokurov).

Goldinci affabula invece sui sentieri che correlano i luoghi di Van Gogh alle varie fasi della sua pittura: dal periodo olandese e le sue scene di quotidianità contadina a quello accademico delle Belle Arti di Bruxelles attualmente diretto da Georges Mayer; dal borgo ancora rurale di Montmartre – esplorato da Pascal Bonafoux – con la scoperta impressionista della pennellata materica, alla discesa in Provenza, nella luce solare del sud e nella massima prolificità artistica; dal ricovero nella casa di cura per malattie mentali di Saint-Rémy, dove continua a dipingere nel giardino dell’istituto stilizzando il tratto, fino al ritorno alle radici e alla luce del nord, in quell’hotel di Auvers-sur-Oise che è l’ultimo dei suoi trentasette domicili abitati e passati “oltre” come tutta la sua pittura.
Ne esce un compiuto ritratto di uomo-artista nietzschiano di fine ’800: autori postumi e profeti inattuali, il filosofo della morte di Dio e il pittore in cerca di eterno “tra grano e cielo”; pastori falliti e instancabili camminatori, è un viaggio di dieci anni quello in cui si esprime e conclude tutta la loro opera, segnata di biografismo e frammentarietà, prima della malattia mentale e di una fine insistentemente pre-figurata.
Impossibile non scorgere un tono inconsapevolmente nietzschiano nella profezia di Helene circa il destino dell’opera di Vincent: “Van Gogh è la tesi e l’antitesi di così tanto. Ci saranno due correnti principali nell’arte: una basata su Van Gogh. E una che segue la tradizione”. La rivoluzione di Vincent inverte sulla tela la convenzione dei colori (gli alberi azzurri sul cielo giallo) in sintonia con una trasmutazione interiore “al di là del bene e del male”, pure proclamata nelle lettere al fratello Theo. Profezia che si auto-avvera, per caso e per errore di Helene. Il caso è quello che le fa scoprire la via alla ricerca di un dio fuori dai dogmi e dalle chiese dentro l’arte di Van Gogh, accompagnando la figlia ad alcune lezioni del pittore Henk Bremmer. L’errore quello che, durante un viaggio in Italia, le fa comunicare al marito, su cartolina postale,il progetto, di un’opera monumentale per ospitare i suoi Van Gogh sull’esempio della “famiglia Vecchio”, immaginata committenza dell’omonimo palazzo fiorentino. Il museo che alla fine vedrà la luce a Otterlo, progettato da Henry van de Velde e oggi diretto da Lisette Pelsers, sarà meno grandioso di quello sognato, per sopravvenuti problemi finanziari, e la sua musa non farà in tempo a vederne l’affermazione perché morirà un anno dopo l’inaugurazione. In compiuta analogia col successo postumo del maestro.

Regia: Giovanni Piscaglia
Origine: Italia, 2018
Distribuzione: Nexo Digital
Durata: 90′