"Van Helsing", di Stephen Sommers

Nel cinema-giocattolo del fortunato sceneggiatore e regista, aggiornare vecchi miti pare poter significare soltanto mescolare le carte e puntare all'eccesso, sfruttando istinti tardo-adolescenziali e un'evanescente consapevolezza post-moderna.

Stephen Sommers prosegue nella personale rilettura dei classici Universal, questa volta alzando la posta in gioco: invece di occuparsi di un personaggio alla volta – come nel caso de La Mummia e del suo seguito – decide di metterli tutti insieme, agitare con cura, e stare a guardare il risultato. Ecco allora convivere nello stesso film Dracula, l'Uomo Lupo, il dr. Jeckyll & mr. Hyde, Frankenstein e la sua creatura, senza contare Van Helsing – non più Abraham, ma Gabriel, un sicario senza passato che lotta contro il male agli ordini del Vaticano. Il soggetto – più cupo dell'antecedente, con tanto di prologo in bianco e nero che vorrebbe omaggiare le intuizioni cromatiche di James Whale – cerca di tenere insieme le diverse mitologie con più coerenza di quanto fatto nello scombinato giocattolo di Erle C. Kenton, Al di là del mistero / House of Frankenstein, del 1944, in cui i "mostri" erano risvegliati dal folle di turno (Boris Karloff) per manipolarli a piacimento. 1l trattamento risulta fluido, pur se rocambolesco, garantendo un'impalcatura tutt'altro che originale, ma perlomeno stabile. In effetti alla pellicola non manca il ritmo, con i diversi tasselli che si incastrano man mano che l'intrigo si dipana: il problema è semmai nella messa in scena roboante, nella sovrastruttura visiva fracassona, nell'involuta alternanza di smargiassate e gratuità. Una volta radunate le idee sulla carta, Sommers le disgrega nel solito gioco all'eccesso, perdendo di vista la storia per compiacersi nello studio di gimmicks sempre più pervasivi. Fuor di dubbio che ci metta passione, ma il furore creativo è stemperato nella costruzione di singole sequenze che stimolino il sense of wonder del pre-adolescente medio, piuttosto che nella ricerca di unità stilistica e tematica. Tutte le scelte produttive portano inevitabilmente a questa conclusione: dalla colonna sonora in costante crescendo, scontata e piatta nel sottolineare ogni cambio di registro, agli eclettici costumi, guazzabuglio senza nerbo di kitsch e faceto, dagli effetti digitali intrusivi fino alla costruzione delle scene, sempre studiate in funzione dello stupore istantaneo (e passeggero). Per tacere dei dialoghi, meccanicamente tarati tra l'inconsistenza e l'umorismo involontario. Entrati nella mentalità da fumetto, accettabili i protagonisti: Hugh Jackman s'impone come la versione rude di Indiana Jones, cappellaccio e improbabilissime armi al seguito; Kate Beckinsale sa destreggiarsi nel ruolo della dura gitana tutta calci, pugni e strepiti – anche se nel pur mediocre Underworld aveva tutt'altro spessore. Deleteria per converso la scelta dei comprimari, a partire dall'inadatto Richard Roxburgh – in costante over-acting pur di dare nerbo al suo spento Dracula – e dalle tre mogli del vampiro, insopportabili nella loro pomposa lascivia e, almeno nel doppiaggio italiano, inascoltabili.

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Titolo originale: Van Helsing

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Regia: Stephen Sommers


Sceneggiatura: Stephen Sommers


Fotografia: Allen Daviau


Montaggio: Bob Ducsay, Kelly Matsumoto


Musica: Alan Silvestri


Scenografia: Allan Cameron


Costumi: Gabriella Pescucci, Carlo Poggioli


Effetti Speciali: Scott Squires / Industrial Light & Magic


Interpreti: Hugh Jackman (Van Helsing), Kate Beckinsale (Anna Valerious), David Wenham (Carl), Richard Roxburgh (conte Dracula),  Shuler Hensley (mostro di Frankenstein), Kevin J. O'Connor (Igor), Elena Anaya (Aleera), Silvia Colloca (Verona), Josie Maran (Marishka), Will Kemp (Velkan)


Produzione: Stephen Sommers, Bob Ducsay / The Sommers Company per Universal Pictures, Carpathian Pictures, Stillking Films


Distribuzione: U.I.P.


Durata: 145'


Origine: Usa, 2004


 

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