VENEZIA 59 – "L'homme du train" di Patrice Leconte (Concorso)

"L'homme du train" è una specie di commedia dei sentimenti dai risvolti noir che accarezza i due protagonisti – il rapinatore Johnny Hallyday e un ispiratissimo Jean Rochefort nel ruolo del professore – con quel tocco e quella grazia che ricorda alcuni vecchi film di Leconte come "Ridicule" e, soprattutto, "Il marito della parrucchiera"

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Inizia come un western l'ultimo lavoro di Patrice Leconte, con una figura solitaria che scende da un treno e lentamente si avvia per le strade di un deserto paese di provincia. Con la macchina da presa che segue le orme dello straniero senza nome a rigorosa distanza, altalenando al passo dell'uomo un lungo carrello laterale e un grandangolo pronto a dilatare la solitudine di luoghi e paesaggi. Anche se qui non siamo nel selvaggio West, ma in un piccolo centro della provincia francese e la frontiera è solo quella labile striscia di pelle che separa il destino e la vita di due uomini – un rapinatore di banche e un professore di lettere in pensione e malato di cuore – uniti dal caso e da un irrefrenabile desiderio di fuga.


Il film di Leconte è tutto qui: riposa interamente in quest'incontro, in una dialettica dello scambio e del dono reciproco che cresce e si fa strada inquadratura dopo inquadratura, un battuta dopo l'altra. Si chiacchiera amabilmente, ci si conosce e riconosce l'uno nell'altro, si mettono a punto piccole strategie di avvicinamento mentre la messa in scena corre lungo il perimetro delle mura piene di memoria di una vecchia e accogliente casa di campagna e la sceneggiatura, così ritmata e sottilmente attraversata dalla passione per l'altrove, sembra rievocare le pagine di un romanzo di Simenon (ricordate le pulsioni di un altro "uomo che guardava passare i treni"?). Anche perché L'homme du train è una specie di commedia dei sentimenti dai risvolti noir che accarezza i due protagonisti – il rapinatore Johnny Hallyday e un ispiratissimo Jean Rochefort nel ruolo del professore – con quel tocco e quella grazia che ricorda alcuni vecchi film di Leconte come Ridicule e, soprattutto, Il marito della parrucchiera, sempre interpretato dal fedele Rochefort, per toccare le corde misteriose di quella diversità che può schiudere il contatto fra due esseri ormai estranei anche a se stessi. 

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Peccato solo che il regista francese non riesca a resistere alla tentazione di avvicinare troppo lo spettatore ai suoi personaggi e, specialmente nel finale, carrelli e inquadrature d'ambiente cedano il posto a qualche coup de theatre un po' eccessivo e ad un pericoloso montaggio in parallelo che, nel tentativo di incrociare i destini dei protagonisti, finisce per banalizzare una storia comunque affascinante e ben raccontata.


 

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