Addio del passato, di Marco Bellocchio (Nuovi territori)

Dopo Mario Martone e Luca Ronchi ed il loro omaggio alla pittura, il cinema italiano torna a contaminarsi con altri linguaggi, nel tentativo di esplorare, attraverso la musica, nuove strategie di sguardo e di comunicazione

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Non un film-opera, alla stregua dell'appassionata Tosca di Benoît Jacquot, creatura meticcia sospesa tra due linguaggi e tra due dimensioni, quella presente della narrazione e quella passata della storia narrata. Ma neppure un documentario asettico, uno sguardo immobile incapace di impregnarsi delle emozioni di chi lo vive, lo osserva e ne fa parte, solo perché desideroso di mostrare che la realtà fluisce ed esiste al di là dello sguardo di chi si sofferma a coglierla. Presentato nella sezione Nuovi Territori, Addio del passato è un film-documento che sembra invece rispondere alla sfida lanciata l'anno scorso, proprio qui al Festival di Venezia, da due autori molto dissimili per esperienza e formazione quali Mario Martone e Luca Ronchi, che con Nella Napoli di Luca Giordano e Mario Schifano Tutto ci avevano mostrato due modi differenti di approcciarsi all'arte figurativa. Uno più riflessivo, più pacato, in un certo senso più classico, quello di Martone, a cui Bellocchio sembra essere più vicino, e l'altro, quello di Ronchi, più smanioso, più sofferto, desideroso di "sporcarsi" con ogni altra forma di espressione artistica, pur di restituirci la postmodernità dello sguardo di Schifano. Questa volta però, non si tratta di pittura bensi di musica lirica e del suo maggior rappresentante, Giuseppe Verdi, di cui Bellocchio ricostruisce lentamente il mito, montando assieme un puzzle di immagini fatte di commenti, di primi piani di volti, di ricordi, di voci off, di schermi neri e di interpretazioni canore di personaggi incontrati lungo la strada. Studiosi, amatori, cantanti. Una sorta di viaggio tra i sentieri di una passione, quello per la Traviata, che sembrano non avere mai fine, ma anche un'esplorazione attenta e meticolosa alla ricerca di una radice comune, di un'identità nazionale e popolare, al di là di ogni retorica. Un po' come ha fatto anche il regista Theo Eshetu in Africanized, (il precedente cortometraggio della rassegna), quando tra Africa e America ha tracciato, attraverso la musica e la danza, i segni inequivocabili di un'identità nera. Ma non solo. Capace di animarsi di uno sguardo al contempo curioso e nostalgico, Bellocchio (nativo di Piacenza), per restituirci il senso e la storia della musica di Verdi, non parte dalla città di nascita del celebre compositore, Parma, bensi dalla città dei suoi genitori, Piacenza, territorio che gli permette cosi di trovare affinità e punti di contatto. Da qui, scavando tra una memoria personale e una collettiva, Bellocchio procede per rimandi temporali e tematici, tra immagini di reportorio della città e visioni del presente di luoghi storici piacentini (come Villanova d'Arda), tra teatro e conservatorio, ristoranti e strade, dove la musica di Verdi ancora palpita e la tradizione si mescola all'innovazione apportata dai nuovi cantori. La bellezza di Addio del passato sta tutta qui, nella generosità di uno sguardo che si racconta mentre racconta e nel vivere in un territorio liminale, tra dentro e fuori, mostra tutta la sua sensibilità e il suo coraggio.

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