VENEZIA 61 – LA SETTIMANA DELLA CRITICA

P.S. I LOVE YOU (P.S. Ti amo)
Usa 2004, 35 mm., 110', col.

Regia: Dylan Kidd; Sceneggiatura: Helen Schulman e Dylan Kidd (dal
romanzo omonimo di Helen Schulman); Fotografia: Joaquin Basa-Asay;
Montaggio: Kate Sanford; Scenografia: Stephen Beatrice;  Interpreti:
Laura Linney, Topher Grace, Gabriel Byrne, Marcia Gay Harden, Paul
Rudd; Produzione: Hart-Sharp Entertainment
.


Louise Harrington, trentottenne newyorkese responsabile delle
ammissioni alla Columbia University' s School of Fine Arts, e' una
donna divorziata, traumatizzata da anni per una tragedia avvenuta ai
lontani tempi del liceo, quando il suo fidanzato, un giovane pittore
di talento, scomparve improvvisamente in un incidente stradale. La
sua vita, fino a quel momento solitaria e volontariamente priva di
emozioni, subisce una repentina svolta quando Louise s'imbatte nella
scheda di ammissione di un ragazzo che, non solo ha lo stesso nome
del suo unico grande amore Scott Feinstadt, ma gli assomiglia in
maniera sorprendente. Ossessivamente convinta si tratti della sua
reincarnazione, Louise si innamora disperatamente del ragazzo, e
inizia cosi' un'appassionata relazione che si rivela anche un viaggio
alla riscoperta di se stessa.

Al suo secondo lungometraggio, dopo il fulminante Roger Dodger
(presentato alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia
nel 2002, dove ottenne ex-aequo il Premio De Laurentiis per la
Miglior Opera Prima), Dylan Kidd realizza una deliziosa favola
romantica dalle venature misteriose, solo apparentemente lontana dal
fertile cinismo e dalle asprezze del suo film d'esordio. Nel seguire
le vicende di Louise Harrington, ossessionata dalla ricomparsa del
fantasma del suo primo ed unico amore, Dylan Kidd agisce sulle forme
della "romantic comedy" accettandone solo in parte i codici
rassicuranti, e si conferma cosi' non solo grande sceneggiatore (da
un romanzo di successo di Helen Schulman) ma dimostra in maniera
evidente le proprie doti di sensibile regista. P.S. I Love You e'
insomma l'esempio del miglior cinema indipendente americano capace di
coniugare la tradizione dei generi classici con la freschezza della
scrittura innovativa delle ultime generazioni. Laura Linney (Mystic
River, The Truman Show, You Can Count On Me), superba protagonista,
affiancata da Gabriel Byrne e dal giovane Topher Grace, garantisce al
film di Dylan Kidd un sicuro valore aggiunto.

Dylan Kidd si e' laureato alla New York University's Tisch School of
the Arts. Il suo film d'esordio Roger Dodger, presentato alla
Settimana Internazionale della Critica, ha vinto il Leone del Futuro
alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia del 2002. P.S. I
Love You e' il suo secondo lungometraggio.


KOI NO MON (Otakus in amore)
Giappone, 2004, 35mm, 114', col.

Regia: Matsuo Suzuki. Sceneggiatura: Matsuo Suzuki (dal manga di
Hanyunyu Jun). Fotografia: Fukumoto Jun. Montaggio: Ueno Souichi.
Musica: Hayama Takeshi. Interpreti: Matsuda Ryuhei, Sakai Wakana,
Matsuo Suzuki, Tsukamoto Shinya, Miike Takashi. Produttori: Ogawa
Shinji, Amagi Morio, Nagasaka Makiko.


Il giovane Aoki Mon convive con i genitori, e' sessualmente vergine,
ma e' anche un particolare autore di manga: ama realizzarli sulle
pietre. Questa peculiarita' artistica ovviamente non gli consente di
affermarsi e di guadagnare. Sbarca il lunario lavorando invece in
tutt'altro contesto. Ma proprio a causa del suo talento artistico si
trova spesso nei guai. Casualmente conosce Koino, una ragazza
altrettanto appassionata e autrice misconosciuta di manga. Con lei
inizia un sodalizio sentimentale e professionale, fatto di imbarazzi,
difficolta', fughe e conflittualita', che ha come cornice un universo
eccentrico fortemente condizionato dall'immaginario dei manga. Un
concorso per autori giovani e meno giovani sara' l'occasione per i
due di mettere alla prova ambizioni e sentimenti. Vi partecipa anche
il piu' noto Marimoda, che gestisce un bar per appassionati e si
sente all'improvviso ispirato da una fugace relazione con Koino.

La sottocultura dei "manga" (i fumetti nipponici, da non confondere
con i film di animazione o "anime") corrisponde, per i suoi cultori
un vero e proprio mondo parallelo che non conosce soluzioni di
continuita' tra realta' e immaginazione. Il merito principale di Koi
No Mon e' di essere un divertentissimo, ironico e soprattutto
autoironico ritratto di questo universo. La struttura narrativa
estremamente semplice (una love story tra due ragazzi aspiranti
autori di manga) trascende e traslittera il dato naturalistico per
approdare ad una concezione estetica e espressiva caratterizzata dai
cromatismi esasperati, dalle repentine accelerazioni,
dall'eterogeneita' tonale e  dalle infinite variazioni del tracciato
principale. Koi No Mon e' un film sul manga-pensiero costruito come
un manga: non c'e' nulla di gratuito o di puramente stravagante
nell'eccentricita' dei personaggi, tra cui anche i registi Tsukamoto
Shinya e Miike Takeshi in due preziosi e emblematici camei. Il film e
l'autore si prendono gioco della compiaciuta alienazione che porta i
protagonisti a vivere come una sottospecie umana con i propri codici
e le proprie ossessioni. Dietro questa parabola sul popolo dei
"fumettari" si cela una malinconica e lucida analisi sociologica
della condizione giovanile e in generale dell'immaginario collettivo
contemporaneo che si autocondanna ad una proiezione di se stesso in
chiave artificiosa e irreale. Un fenomeno che in Giappone trova
un'esasperante esemplificazione.

Matsuo Suzuki e' un noto regista, commediografo e attore teatrale
(dal 1988 a capo della compagnia Otona Keikaku), nonche' giornalista,
saggista e romanziere. Come attore ha anche preso parte a molti film,
tra cui Koroshiya (2001), Chicken Heart, The Choice of Hercules e
Ping Pong (tutti del 2002). Koi No Mon segna il suo debutto dietro la
macchina da presa.


LE GRAND VOYAGE (Il grande viaggio)
Marocco-Francia, 2004, 35 mm, 105', col.

Regia: Ismaël Ferroukhi; Sceneggiatura: Ismaël Ferroukhi; Fotografia:
Katell Djian; Musica: Fowzi Guerdjou; Interpreti e personaggi:
Nicolas Cazale, Mohammed Majd; Produzione: Ognon Pictures.
Distribuzione internazionale: Flash Pyramide International.

Sentendosi forse prossimo alla morte, Mustafa', un anziano marocchino
emigrato in Francia, si accinge a realizzare il sogno di un'intera
esistenza: recarsi  in pellegrinaggio alla Mecca, viaggio che ogni
buon musulmano deve compiere almeno una volta nella vita. Non potendo
contare su nessun altro, chiede al figlio Reda di essere accompagnato
nel lungo viaggio. Reda, assai distante dalle tradizioni e non in
buoni rapporti con il genitore, vorrebbe esimersi da questa
incombenza, ma non puo' rifiutarsi. Strada facendo pero', in
automobile da Marsiglia a Istanbul, attraverso un'Europa sempre piu'
vicina all'Islam, e poi da Damasco alla Mecca, Reda impara a
conoscere e a condividere la prospettiva paterna. Ma alla Mecca
l'uomo, dopo essersi recato in preghiera, non fa ritorno. E a Reda,
mescolatosi alla folla dei pellegrini, non resta che cercarlo, forse
invano.

Ferroukhi concepisce la sua opera prima di finzione come un road-
movie verso la Mecca, meta spirituale dei due emblematici
protagonisti. Il viaggio non e' quindi soltanto quello fisico e
diuturno che vede assieme un genitore e un figlio, ma anche un
percorso di crescita e di formazione che serve in primo luogo ad
accorciare le distanze tra due generazioni e, implicitamente, tra due
culture e due concezioni della vita. Da un lato il padre cerca di
seguire testardamente e anacronisticamente il suo credo, forte di un
distacco (quasi un rifiuto orgoglioso) verso il presente, foriero
solo di lusinghe tecnologiche e consumistiche. Sul versante opposto,
ma complementare, il figlio subisce dapprima la volonta' paterna tra
incomprensioni e momenti umoristici. Poi pero' riconosce come questo
muro che li divide sia solo il frutto di un reciproco pregiudizio
generazionale e culturale destinato a lasciare il posto a una
complicita' crescente, fatta di silenzi e di sguardi. Attraverso
questa parabola sul recupero di uno spazio interiore tra due mondi
drammaticamente conflittuali, il regista intende recuperare, seguendo
l'esempio di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, la valenza
imprescindibile di un dialogo necessario e crocevia obbligato per una
ricomposizione delle fratture geopolitiche del mondo attuale.

Nato a Kenitra (Marocco) nel 1962, Ismaël Ferroukhi e' cresciuto a
Crest, nel sud della Francia. Ha esordito nel cinema con il corto
L'expose' (1992), che, vincendo numerosi premi, gli ha permesso di
collaborare alle sceneggiature di alcuni film di Ce'drik Kahn, come
Trop de bonheur (1994), Tous les garçons et les filles deur âge e
Culpabilite' zero (entrambi del 1996). Ferroukhi ha diretto il corto
L'inconnu con Catherine Deneuve, all'interno della serie Court
toujours di Arte e Canal Plus, e i telefilm Un e'te' aux hirondelles
(1997) per France 2 e Akim (1998) per la Gaumont, incentrati tutti
sul tema dell'Islam e dell' integrazione.


LES LIENS (Legami)
Francia 2004, 35 mm., 95', col.

Regia: Aymeric Mesa-Juan; Sceneggiatura: Aymeric Mesa-Juan;
Fotografia: Maxime Jouy, Hugues Gemignani, Cle'mentin Roger-Mazas
Montaggio: Aymeric Mesa-Juan, Yannick Coutheron, François de Galard;
Suono: Je'rôme Pierrot, Emmanuel Rassat, Clafre Combaluzier; Musica:
Raphaël Bancou;  Interpreti: Anne O'Dolan, Aymeric Mesa-Juan, Nicole
Kaufman, Axel Mousset, Denis Daniel, Chantal Patron, Miren Pradier,
Philippe Quercy; Produzione: Clown Productions.


Mado fa la cassiera in un supermercato. Julien e' l'autista di Noerc,
un industriale di provincia. Julien e Mado vivono assieme da molti
d'anni. Hanno un figlio di cinque anni, affetto da una malattia che
lo ha reso disabile. Ma il vero problema e' che Julien ha un'amante,
Christine, che e' poi la figlia del suo datore di lavoro: non si
tratta di una semplice relazione extraconiugale, perche' i due
vorrebbero vivere assieme e non vedersi di nascosto. Tuttavia Julien
sembrerebbe incline a restare con Mado, ma solo per amore del
bambino, le cui condizioni di salute nel frattempo si sono aggravate.
Mado pero' non regge questa situazione e, appena Julien la lascia,
davanti alla sofferenza del figlio ricoverato in ospedale, alla
propria incapacita' di reagire, al senso di solitudine e di
disperazione, la donna reagisce tragicamente con un gesto
imprevedibile.

Non capita spesso che un'opera di alto rigore stilistico riesca
contemporaneamente a veicolare un'attenzione immediata e quasi a
stabilire un rapporto di viva interazione con ogni fascia di
pubblico. E' questo il maggior pregio di Les liens: esso ci conduce a
ritroso nei meandri di una tragedia che si consuma gia' nella
sequenza iniziale, in cui la madre, sulla falsariga della Medea
teatrale, porta alle estreme conseguenze il suo implacabile
proposito. Il film analizza un simile gesto addentrandosi in un
passato che poco per volta ci ricongiunge, ma non ci concilia, con
l'esito annunciato di questo rapporto coniugale. Lungi da ogni
moralismo o da qualsiasi giustificazione, Les liens analizza i
meccanismi sentimentali, psicologici e comportamentali di un
triangolo amoroso che sortisce un effetto sconvolgente,  riportandoci
alle cronache attuali di infanticidi domestici in cui molto spesso la
realta' supera l'immaginazione. Memorabile a questo riguardo e' la
penultima sequenza, che prelude a quella inaugurale: Mado prende
progressivamente coscienza della sua disillusione, nel corso di una
lunga e solitaria camminata verso l'ospedale che ricorda sotto molti
aspetti la dinamica dell'epilogo di Mouchette di Robert Bresson.

Aymeric Mesa-Juan e' nato a Parthenay nel 1971. Conseguita la laurea
in Filosofia e in Cinema, comincia ad insegnare filosofia al liceo
Jean Mace' di Niort. Abbandona la docenza nel 1999 per fare il clown
sino al 2003, anno al quale risale anche la sua prima apparizione
come attore nel cortometraggio di Ron Dyens, Derrie're les fagots.
Tra il 2002 e il 2004 scrive e realizza Les Liens, il suo
lungometraggio d'esordio, primo di una trilogia che, dopo Medea,
dovrebbe portare sullo schermo Le vrai e La guerre, adattamenti a
loro volta dei miti di Antigone e degli Atridi, di Agamennone e
Menelao.



SAKENINE SARZAMINE SOKOOT (Dalla terra del silenzio)
Iran 2004, 35 mm., 70', col.

Regia: Saman Salur. Sceneggiatura: Saman Salur. Fotografia: Masood
Salami. Montaggio: Saman Salur. Musica: Mehrdad Nosrati.
Interpreti:Hossein Bande-Ali, Hassan Bande-Ali, Omid Rokhafrooz.
Produzione: Sheherazad Media International.


Due fratellini in una regione sperduta dell'Iran vivono alla
giornata. Il primo pascolando le pecore del gregge che il severo
padre gli ha affidato durante le sue lunghe assenze, il secondo
trafugando benzina dai camion in sosta nelle stazioni di servizio e
nei depositi per poi rivenderla sulla strada ai camionisti di
passaggio. Il piccolo pastore ha pero' una passione che tiene
nascosta al genitore: una bicicletta che per sicurezza ha nascosto
sotto la sabbia, il piccolo ladro incontra invece un camionista che
gli offre un passaggio, e instaura con lui un rapporto d'amicizia.
Quando il padre torna a casa punisce il primo dei due figli per
essere stato troppo distratto con il gregge, mettendogli fuori uso la
bicicletta. Ma il ragazzo la rimette in sesto e si ricongiunge con il
fratellino, stanco di trascorrere la vita a rubare, per poi
raggiungere l'uomo incontrato sulla strada e abbandonare finalmente
l'ingrata "terra del silenzio".

Il cinema iraniano nel suo complesso ha un grande pregio: si rinnova
spesso nella continuita', sovvertendo impercettibilmente i codici di
un linguaggio fondato sul realismo minimale per approdare ad una
concezione esplicita della critica sociale, prima ancora che
politica. Sakenine sarzamine sokoot e' la prova di come siano nel
contempo lontani ma fertili gli insegnamenti di Kiarostami, Naderi e
Makhmalbaf. E che occorre svilupparli e affrontarli in una chiave
nuova che ne ridimensioni le componenti simboliche e allegoriche a
favore del racconto puro. In questo film colpiscono non tanto scelte,
comunque felici e significative, come quella di assumere il punto di
vista dei due bambini – essendo l'infanzia il piu' classico elemento
di connotazione del migliore cinema iraniano – bensi' il tema
centrale della benzina trafugata, poiche' proprio la benzina rimanda
al prezioso petrolio che, pur essendo la vera e inconfessabile causa
scatenante dei conflitti attuali, scarseggia nella vita quotidiana
degli abitanti indigenti dei massimi paesi produttori. Il bambino
ladro e' l'emblema di una nazione che non puo' permettersi di
possedere e consumare cio' che produce e esporta, mentre il
fratellino pastore rappresenta la conseguenza materiale e psicologica
che colpisce l'altra parte della societa' iraniana, costretta a una
sottomissione apparentemente eterna. La poesia di questo film, teso e
stringato, diventa percio' la grande occasione di osservare una
situazione paradossale, dall'interno.



UNA DE DOS (Una delle due)
Argentina 2004, 35 mm., 88' , col.

Regia: Alejo Hernán Taube; Sceneggiatura: Alejo Hernán Taube;
Fotografia: Segundo Cerrado; Montaggio: Alejo Hernán Taube, Alejandro
Carrello Penovi; Scenografia: Martin Ameztoy;  Interpreti: Jorge
Sesán, Jimena Anganuzzi, Renata Aielo, Ariel Staltari; Produttore:
Alejo Hernán Taube.


Argentina, 2001. Il paese vive i drammatici momenti di una profonda
crisi economica che causa disordine, depressione e sommovimenti
politici e soprattutto riduce drasticamente il tenore di vita di
larghe fasce della popolazione. A Estacion Cortes, un piccolo
villaggio a 80 km da Buenos Aires, il giovane Juan Martin Hernandez,
detto "il Biondo" lotta con disperata ostinazione contro un destino
di rassegnazione a cui sembrano soggiacere tutti i suoi coetanei.
Nemmeno una fugace passione per una coetanea riesce a placare la sua
ansia. Per trovare i soldi che gli consentano di aiutare la famiglia,
gli amici e la sua fidanzata, Martin si lega a dei loschi spacciatori
di denaro falso e nonostante scaltrezza e abilita' finisce, a causa
di una delazione, per mettersi nei guai con la giustizia. Attorno a
lui gli abitanti del villaggio, protagonisti di una coralita' che fa
i conti con la dura realta' del quotidiano, cercano semplicemente di
sopravvivere.

Uscendo dai temi soprattutto intimi e personali e dalla messa in
scena spesso minimalista tipici di certo cinema argentino di oggi, il
film di Taube sembra voler rinnovare la vaga Argentina che
sorprendentemente ha dato vita da ormai piu' di cinque anni a una
lunga serie di opere di grande impatto. Una de dos affronta i temi
politicamente forti dell'Argentina degli ultimi anni, ma Alejo Taube
evita il facile sociologismo e sposta lo sguardo nella periferia
della capitale. Pedinando con un realismo segnato da una sensibilita'
acuta, i personaggi che popolano un piccolo villaggio e seguendone le
vicissitudini, il regista argentino ci propone un intensissimo film
corale, nel quale il ruolo dell'antieroe, "il biondo" Martin, funge
da motore cognitivo: in questo senso, neanche i contrappunti
mediatici, le notizie e le immagini che giungono dalla televisione,
riescono a sovrapporsi all'urgenza e alla flagranza del vissuto
quotidiano.

Alejo Hernán Taube e' nato a Buenos Aires nel 1972. Dopo aver
studiato musica alla Scuola Superiore di Jazz e regia cinematografica
all'Universita' del Cinema, ha iniziato a lavorare realizzando
videoclip e spot pubblicitari. Il cortometraggio Estudio e' del 2000.
Nel 2001 ha firmato una serie di tre documentari intitolati Ritos de
Frontiera. Una de dos e' il suo primo lungometraggio.



UNINHIBITED (Disinibiti)
Taiwan, 2004, 16mm, 70', col.

Regia: Chen Leste. Sceneggiatura: Chen Leste. Fotografia: Yao Heng-
Yi. Montaggio: Chen Leste. Musica: Lin Rez, Chen Ray-Kai, Hu Pi-
Lieth. Interpreti: Huang Heng-Sheng, Han Yi-Ban, Hsu An-An, Chi
Justine, Ke Huan-Zu. Produzione: Triple Film House.


Quattro ragazzi di Taiwan tra i diciotto e i vent'anni, due ragazze e
due ragazzi, affrontano il passaggio dall'adolescenza all'eta'
adulta, consumando le giornate tra esperienze di vario genere, che
comprendono il sesso, il suicidio, l'aborto, l'omosessualita', le
amicizie studentesche, la droga, il vagabondaggio per le strade e
l'assenza di prospettive per il futuro. Nelle loro esistenze di
teenager ribelli non ci sono direzioni precise, ma solo momenti,
episodi, brevi circostanze di coinvolgimento collettivi, scanditi da
capitoli emblematici ("Morte", "Capelli", "Tatuaggi", "Fotografie").

Il fascino maggiore di questa mirabile e struggente opera prima di
Chen Leste, appena ventitreenne, sta nella sua perfetta
compenetrazione con gli eventi apparentemente casuali che
caratterizzano, senza gerarchia ne' senso romanzesco esteriore, le
vite di quattro giovani, ancora legati a un retaggio culturale o
sottoculturale di chiara matrice adolescenziale. Il film li segue,
tratteggiando una serie di piccoli episodi apparentemente slegati e
anonimi. Eppure, grazie a una suddivisione per capitoli (quattro,
tanti quanti sono i protagonisti) si sottolinea una drammatica
realta': quella di una generazione letteralmente abbandonata a se
stessa, incapace di trovare uno sbocco dentro una societa' che sembra
non riguardare niente e nessuno e funzionare secondo regole
sfuggenti, lontane, incomprensibili. I ragazzi del film fanno
quadrato tra loro, si amano, si uccidono, si sganciano dal mondo
attraverso la droga, a volte mettono al mondo nuove creature con la
stessa inconsapevolezza con cui probabilmente hanno cominciato a
muovere i primi passi. Tutto cio' che serve a connotarli e a dare un
senso alle loro giornate sono accadimenti inaspettati e drammatici
(il capitolo "Morte"), modi simbolici di manifestarsi ed esprimersi
in chiave di appartenenza ad un gruppo o di distinzione dagli altri
coetanei ("Capelli" e "Tatuaggi") o infine forme di lettura del
presente circostante ("Fotografie") equivalenti ad occasioni preziose
di autocoscienza disincantata e talvolta tragica. La capacita' di
analisi di Unihibited e' eccezionale, perche' nasce da una lucidita'
di sguardo mai moralistica che traduce la precarieta', la
rarefazione, la scarsa nitidezza e la fragilita' dei protagonisti in
scelta estetica rigorosa, grazie alla costruzione rapsodica del
racconto.

Diplomatosi a Taiwan alla Fu-Schin Trade and Art School e laureatosi
alla Chung-Yuan Christian University, prima di esordire quest'anno
nel lungometraggio con Unihibited, il ventitreenne Chen Leste ha
realizzato cortometraggi (Fade Away, 2003) e soprattutto video
musicali (Distance, 2002; Christmas Tie, Catch the Murder, Lonely
Portrait, 2003; Tomorrow, 2004).


VE LAKACHTA LECHA ISHA (Prendere moglie)
Israele, 2004, 35mm, 97', col.

Regia: Ronit e Shlomi Elkabetz. Sceneggiatura: Ronit e Shlomi
Elkabetz. Fotografia: Yaron Scharf. Montaggio: Joel Alexis. Musica:
Michel Korb. Interpreti: Ronit Elkabetz, Simon Abkarian, Gilbert
Melki. Produttori: Marek Rozenbaum, Itai Tamir, Jean Philippe Reza.
Produzione: Transfax.


Haifa, 1979. Vivian e Eliyahoo, ebrei di origine marocchina, sono
sposati e hanno due figli. Una sera i fratelli di Vivian nel
tentativo di evitare il divorzio la scongiurano di non abbandonare il
tetto coniugale. La donna, davanti alla disponibilita' del marito
pronto alla riconciliazione, accetta. Ma ben presto le ragioni della
tensione domestica riaffiorano. Eliyahoo, sempre sostenuto
dall'anziana madre che vive con loro, pretende dalla moglie e dai
figli una rigida osservanza dell'ebraismo.. La sua silenziosa
autorita' trasforma la vita familiare in un inferno. Vivian, che
vorrebbe essere un'israeliana emancipata si sforza di non cedere alla
tentazione di abbandonare il marito per un vecchio amore
improvvisamente ripresentatosi, ma e' comunque in trappola. Il
marito, serafico e insensibile, continua a non ascoltarla. Anche i
figli, molto legati alla madre, si trovano nella stessa condizione.
Dopo un ennesimo scontro la situazione precipita e si ritorna al
punto di partenza.

Concepito come dramma da camera, Prendere moglie offre un complesso
ritratto femminile, dove il conflitto tra coniugi si consuma
attraverso progressive tappe di un'incomprensione implicita in una
concezione della famiglia, dove la figura maschile esercita
un'autorita' tanto blanda quanto implacabile. Il grande merito di
questo capolavoro, codiretto non a caso dalla stessa protagonista,
dotata di straordinaria personalita' recitativa e carisma
intellettuale (memorabile e' anche la sua interpretazione in Alila di
Gitai) consiste nel mantenere la crisi dentro un contesto fatto di
quotidiani consuetudini doveri e di quotidianita'. Concepito
all'interno di una societa' permeabile ma contraddittoria, dove
l'aspetto religioso assume una forte connotazione maschilista e
conservatrice, Prendere moglie esplora un microcosmo borghese
particolare come quello israeliano. Il film si avvale di una sapiente
messa in scena, che sfrutta la forza drammaturgica e simbolica delle
inquadrature, essenziali e pregnanti, cosi' come di dialoghi a dir
poco magistrali. Basterebbe la sola sequenza iniziale, con il volto
in primo piano della donna afflitta dalle voci fuori campo delle
preghiere maschili, per comprendere come il film sia profondamente
consapevole del ruolo della moglie – madre, sacrificata a garanzia
dell'intera comunita'.

Interprete di punta della televisione, del teatro e del cinema
israeliani, Ronit Elkabetz, prima di esordire dietro la macchina da
presa con Prendere moglie (codiretto dal fratello Shlomi Elkabetz),
ha vinto come migliore attrice nel 1994 e nel 2001 l'Oscar nazionale
rispettivamente con Sh'chur di Shmulik Hasfari e Matrimonio tardivo
di Dover Kossashvili, per il quale e' stata premiata anche ai
festival di Salonicco, Buenos Aires e Survey. Nel ruolo della
poliziotta esasperata dai vicini, e' stata anche una delle interpreti
principali di Alila (2003) di Amos Gitai. Or (2004) di Karen Yedaya,
di cui e' protagonista, ha vinto la Came'ra d'Or all'ultimo festival
di Cannes.
 
BUTTERFLY (Farfalla)
Hong Kong 2004, 35 mm., 124' , col.

Regia: Yan Yan Mak; Soggetto: Chen Xue; Sceneggiatura: Yan Yan Mak;
Fotografia: Charlie Lam; Montaggio: Yan Yan Mak; Interpreti: Josie
Ho, Eric Kot, Tian Yuan, Isabel Chan, Joman Chaing; Produzione: Lotus
Film.


Flavia, una trentenne insegnante di Hong Kong, sposata con un figlio,
e' arrivata ad un momento della propria vita in cui ha bisogno di
scegliere tra la famiglia e una nuova storia d'amore. Solo che la
scelta e' piu' traumatica del solito, poiche' fa emergere una parte
di se' che appartiene al passato apparentemente seppellito: Flavia si
innamora infatti di una giovane ragazza, incontrata per caso in un
supermercato, e lo fa con passione ed abbandono, ritrovando la stessa
intensita' di un suo precedente amore lesbico vissuto durante
l'adolescenza, nei cruciali anni ottanta segnati anche ad Hong Kong
dai sommovimenti politici cinesi. Contemporaneamente a questa storia
d'amore e ai ricordi di quella passata, un'altra coppia di ragazze,
nella Hong Kong di oggi, lotta contro i persistenti pregiudizi che
rendono drammatica la loro relazione.
 

Un delicato, appassionato e sensuale melodramma ambientato nella Hong
Kong contemporanea, dove i pregiudizi sull'omosessualita', ancora
presenti pur nella modernita' del vissuto, rimandano ad un recente
passato caratterizzato da profonde trasformazioni sociali ed
esistenziali comuni a tutto l'estremo oriente. Con personale
partecipazione, Yan Yan Mak con "Butterfly" non realizza soltanto uno
splendido film "lesbico", ma conferma, dopo il notevole esordio di
"Ge ge", la sua predilezione per storie abitate da persone alla
ricerca di una propria identita', anime spinte da una forte
determinazione a scoprire zone oscure del passato proprio e di quello
del loro paese: il tutto con una coscienza sempre piu' evidente dei
propri mezzi e un qualita' filmica che rimanda ai migliori esempi di
"genere" della storia del cinema.

Yan Yan Mak e' nata a Hong Kong. Diplomata alla Academy for
Performing Arts, ha iniziato a lavorare come assistente alla regia e
art director. Il suo primo cortometraggio, Snapshots, e' del 1998.
Dopo aver lavorato come assistente alla regia per Wong Kar Wai in In
the Mood For Love, ha fondato una sua societa' di produzione, per la
quale ha realizzato il suo primo lungometraggio, Gege, presentato
nella Settimana Internazionale della Critica di Venezia nel 2001.
Butterfly e' il suo secondo lungometraggio.