VENEZIA 62 – "E' stato mio padre a farmi capire che l'arte non è una questione di mezzi ma qualcosa di più profondo". Incontro con Philippe Garrel

Nato nel 1948 a Boulogne-Billancourt, Philippe Garrel ha diretto il suo primo film in 16 mm, Une plume pour Carole, nel 1962, a soli quattordici anni, per poi distruggerlo nel 1970. Tra il 1967 e il 1970 ha realizzato i suoi primi lungometraggi, tra cui Marie pour memorie e La concentration. Dal 1970 al 1978 la sua produzione cinematografica è stata segnata dall'incontro con Nico, cantante dei Velvet Underground, sodalizio che ha dato vita ad un periodo caratterizzato da una certa sperimentazione linguistica; con Enfant secret, del 1979, Garrel si è concentrato maggiormente su un cinema più intimo e narrativo. Nel 1999 ha vinto il Leone d'argento al Festival di Venezia con il film J'entends plus la guitare ed è ritornato in Concorso al Festival nel 2001 con Sauvage innocence.


 


Può dirci il motivo dell'omaggio a Jean Eustache nel suo film?


 


Jean Eustache è stato un mio grande amico, ci siamo tutti e due formati col cinema di Francois Truffaut e Jean Luc Godard, lui come me è stato un grande cinefilo oltre che un grande regista, prima che morisse suicida. Ho capito che La maman e la putain era un film molto vicino a quel periodo e volevo che non lo si dimenticasse, come dovrebbe essere per ogni grande film, dopotutto il cinema serve proprio a questo a non dimenticare.


 


Quanto c'è di autobiografico in questo film che ricorda il '68 in modo così poetico?


 


Il film non è proprio autobiografico, benché l'esperienza di saltare sui tetti della città, come si vede nel film, sia capitata anche a me in quegli anni. Il mio film è, al contrario, molto romanzato; come nei romanzi di Stendhal i miei personaggi attraversano la storia, ma alla fine ciò che conta davvero sono i sentimenti e in particolare l'amore.   


 


Può parlarci del rapporto del suo film con The dreamers di Bernardo Bertolucci e secondo lei quale è la forza di un film come quello?


 


Quattro anni fa Bernardo aveva accompagnato qui a Venezia la moglie, Clare People che presentava in concorso il suo primo film come regista, Il trionfo dell'amore, io, invece, ero qui con il film Sauvage innocence, e parlando con lui mi disse che stava lavorando a un film dal titolo provvisorio "Gli innocenti", un titolo che avrebbe sicuramente cambiato per non confonderlo con il mio film. Secondo me The Dreamers è un bel film, perché Bernardo Bertolucci ha saputo rappresentare il trauma del '68. Ma riguardo al mio rapporto con il film di Bernardo c'è anche altro: nella scena della barricata ho usato gli stessi poliziotti presenti nel suo film, ho anche riacquistato tutte le casse di vestiti, naturalmente quelli riutilizzabili, che erano nel film; inoltre è stato lui a formare mio figlio Louis al cinema. Ma la cosa più importante è, come ho già detto, che lui sia stato in grado di esprimere il trauma del '68 e di aver fatto uno dei pochi film a favore della rivoluzione, forse Viva Zapata! è un altro film esemplare a riguardo o i film di Nicholas Ray, a differenza, ad esempio de Il dottor Divago.


 

Come è stato lavorare con suo figlio?


 


Il cinema ha detto Kitano è "la vita delle marionette"; mio padre era un marionettista, quando io ero piccolo capitava che tutta la famiglia lavorasse e si occupasse alla realizzazione di qualche suo spettacolo, quindi in famiglia abbiamo questa abitudine a lavorare insieme.


 


Quali sono i film che negli ultimi anni hanno suscitato il suo interesse di spettatore e cinefilo?


 


Tra i film più interessanti degli ultimi quattro, cinque anni ai Festival ci sono quelli di Gas Van Sant, ma una delle cose più nobili degli ultimi anni è stato Notre musique di Jean-Luc Godard, un film davvero illuminante sul rapporto dell'uomo con la guerra, invece qui a Venezia ho amato tantissimo il film di Manoel De Oliveira. 


 


Quanto è minuzioso nel suo lavoro e quanto i mezzi possono giovare alla realizzazione di un film?


 


Quando lavoro io faccio un solo ciak, due al massimo e in sede di montaggio per essere veloce mi capita di montare talvolta sequenze non del tutto riuscite. Riguardo alla disponibilità dei mezzi nella realizzazione di un film, mio padre mi ha fatto capire che l'arte non è una questione di mezzi, ma qualcosa di più profondo, inoltre avere pochi mezzi giova anche alla propria indipendenza, ad esempio Van Sant o Jarmusch lavorano con pochi mezzi, ma sono anche più liberi di esprimersi, lo stesso film di Jean Eustache, La maman e la putain, costò pochissimo eppure è un film bellissimo.