Venezia 62 – "La sposa cadavere" di Tim Burton e Mike Johnson (Fuori concorso)

Riamata. Una vecchia stanza, una finestra e una campana di vetro, e poi… Le nostre palpebre che iniziano a battere all'unisono col volo libero di una farfalla, che ci guida leggera in un sogno/incubo attraverso la monocromia (ir)reale del tempo vissuto, visto e del mondo abitato, visitato dal nostro sguardo. La sposa cadavere di Tim Burton e Mike Johnson, presentato alla Mostra del cinema di Venezia fuori concorso, è una delicata ed eterna favola, plasmata nel cuore redente dell'amore (In un villaggio del XIX secolo, Victor viene trascinato nel regno dei morti e costretto a sposare una misteriosa sposa cadavere, di nome Emily, mentre Victoria, la sua vera sposa, lo attende nel regno dei vivi). Una favola immersa nel buio encausto di un viaggio onirico, fatto ad occhi chiusi/aperti, e bagnata dall'emozionante movimento della vita, rianimata da un colorato e vivace risveglio di luce. Quasi una favola carnevalesca, che Burton lascia rivivere come mito, nella promessa del sangue e della carne che le sono stati negati (come Nightmare before Christmas, anche questo film è realizzato in stop motion). Un carnevale, in cui il regista americano, si è liberato dei corpi, per ridonarceli, come futura resurrezione, parusia, nell'attesa della presenza avvenire in/di un loro ritorno alla vita. Così con La sposa cadavere, Burton compie un percorso inverso al precedente film, Big fish, ma ad esso speculare, partendo, questa volta, dai fantasmi del sogno/mito per riaccostarsi e ricondurci, alla concretezza della vita/realtà, in una circolarità che va dalla vita alla morte e dalla morte alla vita, per mezzo dell'amore: il ritorno di Victor nel regno dei vivi grazie all'amore della dolce Voctoria; ma, qui, l'amore è anche il sentimento che lega Emily, la sposa cadavere, a Victor e, attraverso di lui, alla vita che le è stata rubata. Allora Emily si aggrappa a Victor come al suo novello Orfeo, non per essere strappata al regno dei morti e restituita alla vita, ma per essere riamata e liberata, per sempre, dalla morte, dalla fragilità del suo corpo creato. E' così che questo nuovo film di Tim Burton si incide nell'iride svanente e senza tempo del sogno/mito, grazie al quale poter sublimare e redimere la realtà e la sua apparenza, come dimostra la stupenda sequenza finale con il corpo/cadavere/pupazzo di Emily che, davanti al portale della chiesa del villaggio, si dissolve in un volo di farfalle.