VENEZIA 62 – "Ruguo ai" (Perhaps Love), di Peter Ho-sun Chan

Siamo a metà tra la messa in scena d’amore del Truffaut di Effetto notte o L’ultimo metro, il classicismo di Stanley Donnen, la passionalità di ritorno di Jacques Demy, il ripensamento estetico del Coppola di Un sogno lungo un giorno… Insomma un campionario di grandissimo cinema del secolo scorso che Peter Ho-sun Chan spinge in avanti in pieno 2000 con la consapevolezza che l’unico modo per superare la maniera al cinema, oggi, consiste nel credere sino in fondo nel valore inalienabile delle immagini. Tailandese di nascita, hongkonghese d’adozione con studi americani (la scuola di cinema dell’UCLA) e apprendistato sui set di John Woo: Peter Ho-sun Chan mette in gioco una trasversalità immaginifica tale da far implodere nelle sue immagini un intero apparato culturale – quello del musical – al quale si deve forse l’ultima resistenza "di genere" rimasta alla storia del cinema e alle sue sempre più transumanti categorie narrative… Perhaps Love mantiene inalterata la potenza estetica del cinema cantato e ballato, la declina nel fiore di un melodramma in atto tra finzione e messa in scena, percorre in lungo e in largo la scala cromatica del tempo narrativo, andando dalle tonalità languide della memoria perduta alle accensioni figurative di un presente disperso nel gioco eterno della rappresentazione. Come in Effetto notte, siamo nel cuore di un film nel film, sospesi sui ciak di un musical che potrebbe essere bello quanto il Moulin Rouge di Baz Luhrmann tenuto a freno dalla malinconia estetica del Coppola di Un sogno lungo un giorno. Un grande musical spettacolare e d’amore, messo in scena da un regista di successo aggrappato a una segreta malinconia, che sembra sempre più voler fare i conti con i suoi sentimenti.

In ballo, naturalmente, ci sono anche le due star del film, che fingono di non conoscersi, ma in realtà si sono amate dieci anni prima, quando lui era ancora uno studente di cinema e lei una cantante di night e condividevano miseria e sogni in una gelida Pechino (fotografata da Christopher Doyle; il resto è di Peter Pau). Il regista, che ora gioca a fare il demiurgo, mette in scena una storia d’amore tra una ragazza che ha perso la memoria e il direttore di un circo, che l’ha accolta sotto il tendone e se n’è innamorato: materia pulsante per un musical bellissimo, popolato di clown, trapezisti, gente che balla e canta un melodramma oltre misura… Ma la sceneggiatura langue e le riprese si fermano sullo stato delle cose: il regista non sa come andare avanti, anche perché d’improvviso ha deciso di interpretare il personaggio del direttore del circo e pian piano scopriamo che non è estraneo al fallimento dell’amore che un tempo aveva unito le sue due star… Peter Ho-sun Chan sta dietro tutto ciò con una consapevolezza che fa debordare la realtà nella finzione e la finzione nella finzione stessa, in un susseguirsi di passaggi di stato che sublimano il musical nel melo e il melo nel metacinema, in una straziante sovrapposizione tra vita e messa in scena. Si canta e si balla su colonna sonora di Peter Kam e Leon Ko e coreografie della bollywoodiana Farah Khan, in un’opera che si accende in un sincretismo affascinante. Cinema lacrimante e scritto nella fragranza dello sguardo, Perhaps Love ha chiuso la 62.ma Mostra col suo film migliore. Se almeno la presenza di Takeshi Kaneshiro (La foresta dei pugnali volanti) ne garantisse una sia pur marginale uscita sugli schermi italiani, potremmo dirci soddisfatti della kermesse veneziana…