VENEZIA 63 – "Bunny Lake is Missing", di Otto Preminger (Settimana della Critica)

All'interno della sezione e del concorso "Settimana Internazionale della Critica" una perla inestimabile, un gioiello, un evento speciale che omaggia uno dei più grandi registi del suo tempo. Quest'anno ricorre il centenario della sua nascita, come per Anthony Mann e Howard Hawks e il Museo Internazionale d'Arte Cinematografica di Torino ha provveduto al restauro di questo capolavoro, tra i meno conosciuti dell'autore. Tra l'altro, Torino nel 2007 dedicherà una retrospettiva completa al regista. Bunny Lake is Missing è del 1965 (è in uscita il remake di Reese Witherspoon) e quando uscì fu considerato un fiasco commerciale e di critica; in realtà è uno dei più inquietanti thriller di Preminger, un viaggio nel profondo della psiche umana fino a confondersi tra le maglie del noir del periodo classico americano e a far riemergere l'universo hitchcockiano. Nella Londra degli anni Sessanta, l'ispettore Newhouse (Laurence Oliver) indaga sul misterioso rapimento di una bambina, Bunny Lake, figlia illegittima di Ann, una nevrotica ragazza americana appena giunta in Inghelterra per raggiungere il fratello Stephen. La misteriosa scomparsa della bambina arriva fa credere all'ispettore che si tratti tutto di una montatura costruita dalla stessa mamma con problemi psichici che ha immaginato di avere una figlia. Si corre sulla doppia personalità che non risparmierà per certi versi anche il fratello Stephen. Crudo e visionario, Otto Preminger (morto venti anni fa) è uno dei maestri indiscussi della rappresentazione sofisticata e ingannevole combinata con la trasfigurazione della realtà più feroce. È l'autore di titoli memorabili: Vertigine, La signora in ermellino, Seduzione mortale, La vergine sotto il tetto, La magnifica preda, L'uomo dal braccio d'oro, Buongiorno tristezza. Stringato e raffinatissimo, in cui non c'è parola e inquadratura collocate a caso né superflue. Un angolo visuale behaviorista, in cui le psicologie si desumono dalle azioni. Il cinema noir e thriller di Preminger acquista coscienza di se stesso, si fa consapevolmente capolavoro, oltre il consumo e la moda del momento. Preminger ha la genialità di dare a noi spettatori una lunghezza di vantaggio sulla storia però poi ti riprende senza affanno e la coscienza non ha bisogno della "classica" suspense per provare angoscia e ammirazione durante questo o a quell'istante, in riferimento a questa o a quella cosa: con Preminger l'angoscia è provata in tutta la sua essenza, perché avrai avuto paura della morte, la signora assoluta, in un gioco senza fine, che vuoi non finisca mai. Il cinema di Preminger viene da lontano e lontano arriverà, ci immerge nella storia e nel futuro di generi e generazioni, lasciando la superficie patinata e solo appena scabra delle ombre e del sangue. È un continuo vorticare, anche se la sensazione è quella di restare fermi, immobili: movimenti si compiono entro raggi ristretti, ossessivi spostamenti tra il "tutto" del nero e il "nulla" del bianco.

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