VENEZIA 63: "Sanxia Haoren" (Still Life), di Jia Zhang-ke (Concorso)

Il film a sorpresa che ogni anno, come da tradizione, giunge a metà mostra, per concorrere al Leone d'Oro, è uno dei più belli visti in questa edizione. Stupenda stratificazione tra Rossellini ed Herzog, che fa saltare i confini del cinema, li espande come in una visione dall'interno, che già David Lynch ha saputo fare. Già presente con il documentario Dong, nella sezione Orizzonti, il trentaseienne regista cinese, rivelazione degli ultimi anni, incanta e illumina il nostro sguardo, girando (in digitale) nel vecchio villaggio di Fengjie, luogo stravolto in seguito alla costruzione della diga delle Tre Gole. Nel film, il vecchio villaggio di Fengjie è già sommerso, ma il nuovo quartiere che sorgerà nei dintorni è ancora in costruzione. Ci sono cose da salvare e cose da lasciare indietro. Un minatore si reca nel villaggio alla ricerca della sua ex-moglie e soprattutto di sua figlia che non vede da sedici anni.  Incontra la donna presso il fiume Yangzi e decidono di risposarsi. Shen Hong è un'infermiera anch'essa in cerca di qualcuno. Non vede suo marito da due anni e incontrandolo davanti alla diga delle Tre Gole, nonostante un ballo insieme, decidono tristemente di separarsi. Zhangke, resuscita la natura morta, riesce a trovar vita anche tra le macerie e la polvere dell'esistenza, tenendo il suo cinema e i suoi corpi sempre in tensione perché pronti ad esprimere la passione del movimento. Autore dei capolavori Platform e soprattutto The World (l'anno scorso a Venezia), diverge e converge il suo sguardo, ripassando sulle vibrazione del documentario, facendo rivivere impronte impresse, ma attraversando la fiction e sconfinando nella realtà. Non è cinema parallelo ma cinema di preparazione e azione, dove i mondi si muovono nello stesso spazio. È lo spazio desiderato, angusto, agognato che senti di cercare, per una terra che sembra saper far scivolare addosso le ingiustizie, la pioggia insistente, gli squarci della terra che divorano l'opera dell'uomo moderno stratificata nel passato millenario. L'equilibrista dell'ultima sequenza, il palazzo che viene giù perché fatto implodere: è cinema che pulsa nell'istante stesso in cui la realtà si rivela, come quando sulla barca della traghettata, da una sponda all'altra, arrivano uno alla volta, operai dei cantieri, che cercano un angolo dove sedersi e mangiare, dove poter essere in contatto con il respiro del cinema. Rossellini lo vedi accendere quel ponte sulla diga, tutto illuminato, che ti coglie di sorpresa e abbaglia tutta la vallata; Herzog lo senti scivolare tra l'ambigua implosione, viscoso riverbero globalizzante (tutto il mondo in miniatura) di esseri che ridono e piangono.  È  cinema altro: si è dentro/oltre il cinema stesso. Plumbeo è a volte lo schermo e il fuori dell'inquadratura non è escluso, esiste e si annuncia, come per Jean Marie Straub, dove il cinema si fa coscienza della mortalità dell'uomo, ma non della sua immagine, fremito di "divina voluptas", tra gli spazi celesti e la terra, verso cui l'ultima inquadratura di Quei loro incontri, si staglia. Il movimento continuo ci salverà, anche se il mondo sembra volersi autodistruggere: Zhangke si muove tra suono, movimento e silenzio, sincretica riproduzione dell'esistenza, ponendo i nostri occhi al posto delle orecchie e i nostri corpi più vulnerabili, smaniosi di una via di fuga, lontana dai luoghi comuni che Amelio e la sua stella illuminano da lontano, da troppo lontano. Tra le altezze dello spirito e gli abissi della bestialità, Zhang-ke scopre il suo angolo visuale, alchemia di stupore, magia e desiderio.