VENEZIA 63 – "The U.S Vs John Lennon", di David Leaf & John Scheinfeld (Orizzonti)

Sembra esserci, in questi prime e poco affollate visioni veneziane, una curiosa tendenza, come dire, "educational", come se fosse giunto il momento di cominciare a rimettere in ordine i pezzi, i frammenti, le storie, e divulgarle ai posteri, soprattutto alle nuove generazioni. E' il cuore portante dell'operazione ultra politicamente corretta del "fiction-docu" di De Seta (di cui parliamo in altre pagine del sito) con cui si cerca di raccontare – con sguardo curiosamente "seventies"- la triste parabola dell'emigrazione contemporanea, e forse questo impeto da educatori, sembra prevalere anche sull'interessante documentario di Leaf e Scheinfeld, che invece dei "seventies" racconta in gran parte le gesta.

Il concetto (più che il cinema) sembra prevalere: come narrare il passato e il presente agli occhi vergini dei giovani? Come se gli occhi dei giovani fossero vergini… in realtà sono ultra alimentati, strapieni di visioni e suoni, con un immaginario frammentato e poliedrico, ma di difficilissima decifrazione. Cosa sono tutti questi pezzi/frammenti di cui è fatto il mio mondo? E poi a Natale i bambini cantano insieme alle canzoncine di Bill Crosby anche una dolce melodia natalizia.. "Happy Xmas", e quanti ricordano/sanno che il titolo è – anche WAR IS OVER ? E quali genitori hanno la conoscenza e la voglia di raccontare ai propri figli illuminati dai colori e dai suoni del Natale, che quella era una canzone "rivoluzionaria", nata per combattere una guerra ingiusta, e che tutte le guerre sono ingiuste? Ecco allora che questo The U.S Vs John Lennon scritto prodotto e diretto dai due film-maker americani David Leaf & John Scheinfeld, può diventare una sorta di piccola guida per un consumo diverso (migliore) della musica "classic rock". E anche per mettere in luce, quasi da storico certosino, un aspetto all'epoca famoso ma oggi assai dimenticato, della vita dell'ex beatles John Lennon.

E il film non è biografico, se non in alcuni rapidi accenni all'infanzia di John, ma è estremamente politico, con una volontà quasi maniacale di raccontare quel periodo della Storia americana (quello della guerra del Vietnam, 1965-1975) quasi più con la voglia di parlare delle guerre di oggi che non di dare un ritratto esaustivo di quelle di allora. Lennon è il cuore del film, ma poco il Lennon degli anni  Sessanta, quello birichino, scanzonato e travolgente raccontato dai/nei film di Richard Lester.  Leaf e Scheinfeld, forse sollecitati dalla presenza essenziale e indispensabile di Yoko Ono (che ha fornito ai due registi dei materiali inediti della coppia che da soli valgono la visione del film per i fan di Lennon) hanno scelto il John Lennon della maturità, quello dell'impegno politico e delle battaglie pacifiste degli anni settanta, mettendo in luce quello che era già noto (la battaglia del governo americano contro l'ingombrante pop star pacifista) ma con un punto di osservazione diverso: "Quando abbiamo iniziato – ha detto David Leaf – sapevamo cosa era successo, ma non sapevamo esattamente perché. Come mai il governo americano prese di mira Lennon, perché lo considerava una minaccia?… Il film è una storia avventurosa su ciò che è capitato ad un personaggio di fama mondiale nel momento in  cui ha deciso di utilizzare la propria celebrità per lanciare una campagna per la pace su scala planetaria".


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Come un salto indietro nel tempo degli anni delle rivolte antiestablishment il film è molto diretto nel raccontare i movimenti di quegli anni, con tanto di interviste ai leader di allora (Jerry Rubin, Abbie Hoffman, Angela Davis, Bobby Seale, tra gli altri), ed è molto dolce nel rappresentare la storia d'amore e di affinnità intellettuale tra John e Yoko. Peccato che per un eccesso di reverenza nei confronti della Ono è stato omesso il lungo (18 mesi) periodo di separazione tra i due, tra il '73 e il '75. Forse non le volevano ricordare quel periodo che Lennon definì il suo "weekend perduto", di indulgenza selvaggia e deviazioni artistiche… Ma forse i documentari dovrebbero anche saper essere un po' più cattivi e non solo con quell'icona della malvagità così ben facilmente rappresentata da Richard Nixon.


 

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