VENEZIA 64 – Año uña, di Jonás Cuarón (Evento Settimana Internazionale della Critica)

Tutta la nostalgia di un attimo rapito dal tempo, catturata da uno scatto fotografico. Ogni fotogramma un momento irripetibile, cristallizzato nella sua immobilità. Centinaia di fotografie che Jonás Cuarón, figlio del più famoso Alfonso, ha realizzato durante un anno intero fra Città del Messico e New York, per dare corpo al suo originale progetto cinematografico, adagiato su quella linea di confine che separa l’adolescenza dall’età adulta e il desiderio dall’amore.
Diego e Molly si incontrano così lungo il percorso visivo che Jonas traccia appositamente per loro, accostando ciascuna foto alla seguente, secondo un processo di progressivo riempimento. Alle immagini vengono sovrapposti i dialoghi che mettono in comunicazione i due ragazzi, secondo un lento avvicinamento spazio-emozionale. L’album fotografico che contiene le emozioni segrete delle due giovani anime prende vita gradualmente. Insieme ai dialoghi arrivano i suoni, che riempiono i vuoti, sommando alla bellezza delle onde del mare il potere suggestivo del loro continuo infrangersi sul bagnasciuga, restituendo alle auto il rombo dei motori e alla folla il loro chiacchierio. Ogni elemento resta riconoscibile nella sua individualità, costituendo l’ossatura di un lungometraggio sperimentale, dichiaratamente ispirato a La jetée di Chris Marker.
Un’opera meravigliosamente semplice, capace di generare suggestioni profonde ad ogni scatto, simbolo di una realtà fuggevole. Il passare delle stagioni e delle età, l’inganno del tempo e dei sentimenti, racchiuse nell’alternanza stessa dei fotogrammi, all’inizio in bianco e nero, poi a colori. Diego e Molly si tendono la mano, si sfiorano, senza toccarsi mai. Rimangono sospesi tra Messico e Stati Uniti, tra una lingua e l’altra, un’età e l’altra. Ognuno di loro procede ad una velocità differente: quella delle passioni e delle speranze di un esuberante adolescente innamorato di una ragazza più grande di lui e quella delle emozioni di una ventenne alla scoperta del mondo che la circonda. La storia va avanti ad ogni cambio di fotografia, a volte più lento, a volte più veloce, come fosse l’intensità dei ricordi ad imprimere il movimento ad una materia così densa di sentimenti.
L’opera prima di Jonás Cuarón è speciale nel suo essere ibrida, nella forma e nel contenuto. Un esperimento che si affaccia sulla soglia del cinema classico, pur rimanendone fuori, che si nasconde tra le pieghe di un tempo infinitamente dilatato, che si muove pur essendo fermo, giocando con le illusioni sulle quali il cinema stesso si fonda. 
 
 
La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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