VENEZIA 64 – "Blood Brothers (Tian Tang Kou)", di Alexi Tan (Fuori Concorso)

tony yangChe ognuno di noi abbia le sue maledette fissazioni è confermato dal fatto che durante tutta la visione della pellicola scelta come Film di Chiusura di questa Venezia 2007 non si sia fatto altro che pensare a Stranglehold, il videogame realizzato da John Woo di cui già si parlò. Insieme a Woo (tornato a girare in Cina come altri talenti in fuga da Hollywood come Jackie Chan o Jet Li) che riprende in digital-graphic la leggendaria sparatoria iniziale di Hard Boiled e alle tre glorie di Hong Kong To-Lam-Hark riunite a Cannes sotto l’egidia del Triangle, viene fuori tutta una nuova generazione di astri nascenti cresciuti a pane e heroic bloodsheds decisa a prendere il posto dei suoi eroi anni ’80, e a diventare dichiaratamente ‘i nuovi Chow Yun-Fat e Tony Leung’ – sotto l’ala protettrice dei padri, se è vero che questo film d’esordio di Alexi Tan, videomaker a Londra, venduto come ‘omaggio a Bullet in the Head’, abbia trovato i suoi produttori proprio negli originali John Woo e Terence Chang. Appare dunque innegabile un revival di quella memorabile stagione hongkonghese di fine anni Ottanta, che trova riuniti modelli e continuatori della ‘tradizione’ – ma c’è qualcosa che non torna, uno slittamento che si percepisce nell’occhio già nella sequenza iniziale di Blood Brothers: una scena di ballo, come lo stesso Woo amava aprire i suoi primi capolavori. Ma tra la compostezza elegante e sottotono della scena di Tan, e il parossistico caricarsi di rigonfiamenti melò delle circonvoluzioni di Woo, è sin troppo evidente la lontananza – allora, la ripresa non sembra concentrarsi sulla questione ‘formale’ (come se si potesse davvero ovviare a Time and Tide di Tsui Hark o, di nuovo, al videogame di Woo – o a Mad Detective…), perchè Alexi Tan, come ci ha pure detto quando l’abbiamo incontrato, dimostra di ispirarsi piuttosto al classico repertorio americano (Il Padrino, Gli Intoccabili, Scarface) per mettere su il suo torbido gangster pastiche nella Shangai degli anni ’30, affidato a luci patinate e a una composizione trattenuta di situazioni e sequenze, dove non viene mai permesso al Cinema di lib(e)rarsi ad un’emozione sopra-le-righe, ad uno straripamento consapevole – nemmeno nella bella scena romantica con una favolosa Shu Qi che si dondola su di un’altalena sull’acqua in uno studio cinematografico, skyline di cartone sullo sfondo, e neanche nel catartico balletto di sangue conclusivo, al contrario quantomai ‘minimalista’ e perciò anche lui frustrante. Il film resta dunque il catalogo delle facce di una nuova generazione d’attori (con il trio Daniel Wu, Liu Ye e Tony Yang che sembra proprio venire fuori da quella stagione) che davvero è pronta a partire alla conquista dell’Olimpo degli eroi del ‘genere’, e la sensazione che a Tan e agli altri nuovi talenti dell’action cinese interessi in misura molto maggiore tutta quella che era la dimensione etica e morale dei vari Killer e Better Tomorrow: il sistema di valori ‘buoni’ (amicizia, tradizione, amore, rispetto) che diventa vincolo fraterno e indissolubile tra gli uomini da difendere a costo della vita – si rivelano allora illuminanti le parole che ci ha rivolto l’acuto Daniel Wu quando gli abbiamo parlato: “Blood Brothers è una coproduzione Taiwan/HongKong/China, con attori e maestranze di diversa provenienza – lo sforzo è quello di far sì che ci siano sempre più film ‘di genere’ non taiwanesi o hongkonghesi o cinesi, com’è stato in questi ultimi anni per il cosiddetto ‘cinema d’arte’; ma un cinema commerciale cinese tout court, che travalichi i confini territoriali.” Uniti, come fratelli di sangue.