VENEZIA 65 – "E' la storia di un sognatore. E sfortunatamente, sembra il racconto della mia carriera" – incontro con Mickey Rourke e Darren Aronofsky

“In ogni sport, un atleta che per tutta una vita si è allenato per conseguire dei risultati, ad una certa età diventa da buttare via. Viene messo all’angolo, nessuno lo cerca più, non vale più niente – eppure, ha passato tutta la sua esistenza precedente a prepararsi per diventare quell’atleta. Cos’altro potrebbe fare, a quel punto della sua vita?” Mickey Rourke presenta alla stampa del Lido il suo The Wrestler, in concorso, diretto dal regista di The Fountain.

Aronofsky come non te lo aspetti, e come lo speravi (ovvero sostanzialmente assente e neutralizzato dietro la mdp) presenta al Lido in Concorso il magnificente The Wrestler, storia di una stella della lotta libera americana decaduta in disgrazia – un’interpretazione realmente abissale a firma di un Mickey Rourke che afferma di considerare quest’ultimo “il film preferito di tutta la carriera”. “Questo stile per me così inusuale”, afferma il regista de L’albero della vita, “viene dal lavoro svolto da Mickey sul set. L’idea mia e del mio direttore della fotografia era in sostanza quella di disegnare un campo da gioco dove lasciare Mickey libero di esprimersi in tutta la sua potenza. E’ la lezione che ho appreso agli inizi, lavorando ai miei documentari.”

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Considera quindi definitivamente ‘abbandonata’ la ricerca visiva dei suoi precedenti lavori?

 

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D.A.: Credo che  Il teorema del delirio, Requiem For a Dream e L’Albero della Vita  formino una sorta di trilogia, oramai conclusa. Quando ho accettato di lavorare a The Wrestler, ero effettivamente alla ricerca di un progetto che potesse rappresentare per me qualcosa di nuovo, con cui non mi fossi mai confrontato. Ho fatto mia la lezione di Madonna, e ho capito che era tempo di ‘reinventarsi.’

 

Come si è preparato Mickey Rourke per questa formidabile interpretazione prepotentemente fisica?

 

M.R.: credetemi, avrei voluto girare questo film 20 anni fa! Avendo frequentato il mondo del pugilato professionistico, non avevo troppa stima del wrestling, mi sembrava una pagliacciata. Ma dopo due mesi di palestra per imparare i rudimenti della lotta libera, ho cambiato del tutto opinione riguardo a questi giganti di 150 kili capaci di volare, fare acrobazie, lanciarti dall’altra parte della stanza. Per i tratti del mio personaggio ci siamo basati su alcune figure della Storia del Wrestling dagli anni ’60 al giorno d’oggi: a me, è bastato poi aggiungere le caratteristiche della profonda solitudine con cui ho imparato a fare i conti nel corso della mia vita – vedete, ‘The Ram’ non è Rocky…

 

Crede che il film sia anche in un certo senso una parabola sul mondo di Hollywood, e sulle alterne vicende delle star del passato che cercano un ritorno di popolarità?

 

M.R.: in ogni sport, un atleta che per tutta una vita si è allenato per conseguire dei risultati, ad una certa età diventa da buttare via. Viene messo all’angolo, nessuno lo cerca più, non vale più niente – eppure, ha passato tutta la sua esistenza precedente a prepararsi per diventare quell’atleta. Cos’altro potrebbe fare, a quel punto della sua vita? Spero di essere stato chiaro.

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