VENEZIA 65 – "Heshang de Aiqing" (Cry Me a River), di Jia Zhangke (Fuori Concorso)

cry me ariverDieci anni dopo la laurea, quattro compagni di corso (ex-amanti) si riuniscono. Il tempo non li ha allontanati e non si sentono cambiati. Si ritrovano in una piccola città dalle atmosfere ancestrali per festeggiare il compleanno di un loro vecchio docente universitario. Il passato aleggia nei loro pensieri che, attraverso i canali d’acqua della città, li rende ancora vulnerabili, ma non fino in fondo da raccogliere i frammenti dell’ amore perduto. Percorrendo in barca il fiume silenzioso che circonda Suzhou, si tengono stretti i segreti che a sprazzi ritornano per lasciar assaporare sulla pelle, ancora una volta, ma solo per alcuni istanti, il respiro della giovinezza. Magnifica elegia di 19 minuti sui giovani nati negli anni Settanta. Ennesimo capolavoro di uno dei nostri registi contemporanei più amati in assoluto. Zhangke meraviglia con qualcosa che c’era già, come le reti fluviali della città vecchia, e che ha assunto una forma nuova, ha subito una trasformazione, come i suoni, i colori, i ponti della città nuova. Il suo cinema è un’abracadabra, fa essere quello che non è. Rende anche la noia necessaria alla serenità dello sguardo: il dolore degli anni che furono e non saranno più per quei quattro, per farsi cinema, deve farsi ancora noia. Allora, ancor prima che ispirato, questo cinema è sempre più di traspirazione, trasmigrazione, trasfigurazione impercettibile che ti penetra il cuore. Lo spirito dello spazio e del tempo sembra quasi muoversi ancor più velocemente della materia immagine. Chi l’ha detto che il cinema è morto solo perché è già impresso inesorabilmente su un nastro? Zhangke è solo all’inizio di un’esplorazione e non riproduce corpi già morti e poi passati al presente: non smette mai di scalare con urgenza le storie intrecciate e complicate dalla vita, per noi che dovremmo cercare il cinema non per riflettere, ma per necessità, per un bisogno di trovare visioni d’insieme stratificate nelle tracce lasciate dalla storia, e, ancora, angoli periferici rimembranti e parziali, in cui perdersi nella poesia della manualità cinematografica, nella tormentata fatica a resistere. Cinema spirituale (come quello di Kitano) che non è propriamente un sogno e neanche un fantasma, a volte vicoli ciechi dell’immaginario, ma il dominio di una scelta esistenziale, di una caparbia e, al tempo stesso, sconvolgente sensualità di sguardo.