VENEZIA 66 – "Chengdu, wu ai ni (Chengdu, I love you)", di Fruit Chan e Cui Jian (Film di Chiusura)

chengdu 2029 di cui jian

L'atto d'amore nei confronti della città di Chengdu "attraverso i secoli" diventa piuttosto una riflessione – giusto abbozzata – sulle faglie di storie, amori, fantasmi, gesti e volti che di generazione in generazione accumulandosi l'una sull'altra formano l'effettivo dna su cui una metropoli costruisce il proprio particolare skyline, puntualmente sconvolto dai terremoti del tempo. Nel 2029 l'episodio di Cui Jian; nel 1976 la storia firmata da Chan

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chengdu 2029 di cui jianL'ossessione di Chengdu, wu ai ni è quella del riordino della confusione: da questo punto di vista assume una connotazione particolarmente divertente ed intrigante il fatto che sia stato posto a film di chiusura di questa Venezia 2009. L'opera si divide in due episodi, il primo ambientato nel 2029 e diretto dalla giovane rockstar Cui Jian.
Il secondo è a firma di Fruit Chan, ed è ambientato in una confusissima (appunto) ricostruzione del 1976 a Chengdu, tra le scosse di un terremoto passato alla Storia e una serie di riferimenti non proprio delineatissimi alla ribollente situazione politica del periodo. Film in cui Chan non sembra credere per davvero, lasciato un po' andare alla deriva anche nella bella invenzione delle complicate ed elegantissime circonvoluzioni danzanti dell'antica cerimonia del té con il beccuccio lungo. Un certo percorso personale nelle poetiche del regista è però garantito dall'affascinante figura del senzatetto ubriacone, maestro del rituale del té, la cui presunta follia è continuamente messa in dubbio come probabile e conveniente inganno.
L'idea di fare chiarezza sulla reale anima di una figura “scissa” è al centro anche dell'episodio di Jian, sorprendentemente più interessante, tutto giocato sul cortocircuito tra passato e presente, rewind e fast forward, fermo-immagine o piano-sequenza, ricordo, invenzione o visione. Jian stratifica i punti di vista e le versioni della realtà, torna anche lui a raccontare di un altro terremoto a Chengdu, gioca con qualche immancabile stilema cyber-punk ma in realtà sembra più guardare allo stile hongkonghese più melodrammatico, tra sovrimpressioni, ralenti, arti marziali e un'accennata e poi ostinatamente registrata e reiterata scena di lotta particolarmente gustosa.
L'atto d'amore nei confronti della città di Chengdu "attraverso i secoli" diventa così piuttosto una riflessione – giusto abbozzata – sulle faglie di storie, amori, fantasmi, gesti e volti che di generazione in generazione accumulandosi l'una sull'altra formano l'effettivo dna su cui una metropoli costruisce il proprio particolare
skyline, puntualmente sconvolto dai terremoti del tempo.

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