VENEZIA 66 – "Det Enda Rationella", di Jorgen Bergmark (Settimana della critica)

Due uomini e due donne seduti intorno ad un tavolo alla ricerca di una soluzione razionale. L’impellente necessità di logica giunge al punto di reprimere le emozioni e i sentimenti, paralizzando così qualsiasi forma di reazione emotiva anche di fronte al dolore provocato da un tradimento. Ma è davvero tutto così semplice? È davvero possibile lasciarsi sopraffare dalla paura di restare soli al punto da cancellare ogni traccia di rancore?
Erland (Rolf Lassgard) e Karin (Pernilla August), rispettivamente sposati con May (Stina Ekblad) e Sven-Eric (Claes Ljungmark), non si tirano indietro di fronte a quella dirompente passione che d’improvviso li assale attraendoli uno verso l’altro senza concedere loro nessuna possibilità di scampo. Ma quando in ballo non ci sono solo due rapporti di coppia, ma anche un’amicizia, quella tra Erland e Sven-Eric colleghi di lavoro in una cartiera, la necessità di riparare i danni reclama con forza la sua ragion d’esistere. E quando tutto sembra dirigersi inequivocabilmente verso la soluzione più ovvia e al tempo stesso dolorosa – la doppia separazione – la storia prende una piega del tutto inaspettata. La “soluzione razionale”: una convivenza a quattro nella stessa casa con Erland e Karin ad ufficializzare la loro condizione di amanti sotto gli occhi dei rispettivi coniugi – purché facciano sesso con la porta chiusa – e se il piano dovesse funzionare, in poco tempo tutto tornerà alla normalità. Peccato però che tanto cinema, dal Bunuel de L’angelo sterminatore in poi, ci abbia già messo in guardia sull’imprevedibilità delle reazioni umane nelle situazioni di (forzata) convivenza domestica.
Indirizzata su questi binari, prende il via la commedia diretta dallo svedese Jorgen Bergmark e sceneggiata da Jens Jonsson. Il tentativo messo in atto dalla coppia di cineasti svedesi mira a spingersi un passo oltre la realtà per fermarsi un passo prima dell’assurdo. Così il film resta sospeso fino alla fine in un limbo nel quale i più profondi sentimenti umani (le lacrime di Sven-Eric e May mentre Karin ed Erland fanno l’amore nella stanza accanto) si mescolano a situazioni evidentemente surreali (Sven-Eric che chiede a Karin ed Erland di poter addormentarsi vicino a loro nello stesso letto).
Equilibrio insomma. Un equilibrio che, mantenendo la storia ancorata con forza ad un substrato di realtà, impedisce di forzare la mano nella direzione più estrema e irrazionale della vicenda, come se il regista fosse tentato dal fuoco ma frenato dalla paura di bruciarsi. Insomma, anche Bergmark è dovuto giungere per questo film alla sua personale – e un po’ furbetta – soluzione razionale.