VENEZIA 66 – "The creator has a masterplan". Incontro con Fatih Akin

soul kitchenDice Fatih Akin che il senso del suo film in Concorso a Venezia 66, Soul Kitchen, accolto da un applauso scrosciante alla fine della proiezione per la stampa, e da una sequela entusiastica di consensi in conferenza, sta tutto nel titolo del brano di Louis Armstrong su cui la pellicola si chiude: The creator has a masterplan.

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"Anche nel generale senso di svendita che percepiamo di questi tempi, e che abbiamo voluto sottolineare fortemente nel film (svendita dell'arte, del cibo, della città, degli affetti), la sensazione è quella che ci sia sempre un disegno finale che ad un certo punto si compie".

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E' per questo che il suo protagonista è affetto da una dolorosissima ernia al disco? Perché porta addosso il peso del Mondo?

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Si, chiaramente il suo è un dolore dalle forti implicazioni simboliche; si tratta soprattutto di un peso psicologico. Non ho mai scritto un copione più difficile di quello di questo film: son voluto tornare a seguire le strutture classiche della sceneggiatura (la divisione in tre atti, i climax), giusto per rendermi conto che in realtà è molto più semplice ignorarle che scrivere un copione che le rispetti tutte. Ma preferisco cambiare ogni volta stile, realizzare film uno diverso dall'altro, magari fallendo, che fossilizzarmi su di un'unica tendenza.

Il film sembra scritto pensando già alle caratteristiche degli attori. I personaggi si cuciono praticamente loro addosso…

E' andata proprio così, in effetti. Adam Bousdoukos e Birol Uenel son stati più volte scambiati per fratelli anche nella vita reale; e il personaggio di Lucia è stato scritto pensando proprio ad Anna Bederke. Anna è un'artista e un futuro grande talento della regia, all'inizio non credevo che leggendo il copione si sarebbe proposta per interpretare lei stessa il ruolo. Ma in fin dei conti non sarebbe potuto essere altrimenti…