VENEZIA 67 – “El sicario – Room 164”, di Gianfranco Rosi (Orizzonti)

El sicario - room 164
El sicario – Room 164
di Gianfranco Rosi, nella sezione Orizzonti, è materia estremamente viva. Nato da un saggio di Charles Bowden pubblicato su Harprer’s Magazine nel 2009 il film è il lucido racconto di un ex sicario dei narcotrafficanti, che in un incontenibile crescendo, descrive gli orrori e le torture inflitte alle vittime.

El sicario - room 164

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Il documentario resta sempre una materia viva che mette in gioco le proprie potenzialità in un rapporto diretto con lo spettatore, un rapporto, per intenderci, in cui si stringono relazioni con una realtà immediata senza le mediazioni necessariamente e obbligatoriamente narrative, nate dalla scrittura, quindi dall’invenzione e non sempre dal quotidiano formarsi della realtà. El sicario – Room 164 di Gianfranco Rosi, nella sezione Orizzonti, è materia estremamente viva che non perde la propria presa allo stomaco quando è catturata dalla macchina da presa del suo autore.Charles Bowden nel 2009 ha pubblicato su Harper’s Magazine un saggio The sicario. Da questo scritto e dalla sceneggiatura di Rosi, alla quale ha collaborato lo stesso Bowden, nasce El sicario – Room 164. Cappuccio nero in testa e in mano un quadernone e un pennarello con il quale, accompagnando la narrazione, disegna infantili stilizzazioni di uomini e oggetti e scrive parole e numeri, l’ex sicario dei narcos, oggi pentito e redento, occupa la scena degli ottanta minuti del film nella stanza 164 di un motel al confine tra Messico e Stati Uniti.

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Ciò che più colpisce è il crescendo narrativo parallelo al crescendo di orrori di cui il protagonista è stato testimone e che racconta con vivida efficacia tracciando, immancabilmente, i suoi disegni con la punta del pennarello che stride sulla carta con un rumore che sembra sottolineare le torture, il male inflitto alle vittime e sembra di sentire, in quel sinistro marcare e in quelle rudimentali figurazioni, tutto l’accorato desiderio che quelle sue parole, gravi e terribili, posano avere un effetto catartico per lui e siano testimonianza estrema del male umano.

El sicario – Room 164 è l’esemplare dimostrazione della forza esplosiva del cinema che provoca quello sbigottimento e quella impotente frustrazione che si prova sempre davanti alla messa in scena della violenza gratuita.

Lucido e coerente il racconto dell’ex sicario, sul quale oggi pende una taglia di 250.000 dollari, prosegue nel suo climax ricordando le torture (Sotto un gigantesco recipiente con l’acqua bollente, li calavamo a poco e quando perdevano i sensi li tiravamo su. Gli arti che si erano cotti li tagliavamo via), le condanne a morte o le salvezza che arrivavano per telefono dagli onnipotenti capi dell’organizzazione criminale, la vida loca di droga e alcol condotta per tanto tempo e che oggi sembra lontanissima. Un racconto implacabile, mentre il quaderno si riempie di disegni e i fogli si consumano, dove non ci sono autoassoluzioni, ma un’emozione sempre più evidente che rende satura la sempre più dirompente narrazione, fino all’estremo finale in cui il protagonista racconta della sua redenzione in una esaltazione tutta latina della visione del divino.

Rosi filma e con mirabile umiltà, ascolta senza mai invadere la scena, concedendo poche interruzioni di montaggio, alla fluviale narrazione, quasi a riprendere fiato prima di rituffarsi nel racconto e nelle elementari stilizzazioni che si chiudono con tre omini, la famiglia dell’ex sicario, dentro la quale è felice di essere tornato.