VENEZIA 68 – “Crazy Horse”, di Frederick Wiseman (Giornate degli Autori)

Crazy HorseWiseman insiste con Parigi. Dopo l’ultimo viaggio nei meandri segreti dell’Opéra, culminato in La Danse (2009), presentato proprio alla Mostra di Venezia, il grande documentarista americano volge lo sguardo verso un alto tempio sacro della capitale francese, il Crazy Horse, il celebre night club cabaret fondato sessant’anni fa da Alain Bernardin. Dieci settimane di riprese, dentro e fuori l’istituzione, nel bel mezzo delle prove del nuovo spettacolo Desir, messo in piedi dal celebre e stravagante coreografo Philippe Découflé. Ed è come se Wiseman filmasse un tempo a doppia velocità. Da un lato quello della città, che segue, con apparente semplicità, il ritmo delle stagioni, tra estate e autunno. Dall’altro quello del Crazy Horse, immobile eppur fibrillante, chiuso nella ripetitività e continuità delle sue ragioni spettacolari, apparentemente indifferenti alla Storia. Provini, selezioni, numeri da montare, prove, performance. Un altro ciclo assolutamente regolare e circolare, che però gira di moto proprio, accordandosi solo in maniera tangenziale a quello delle ore e i giorni. E’ proprio osservando questo scarto tra i movimenti, che Wiseman scopre e mostra il tempo sostanzialmente immobile e perfetto dell’istituzione, la fedeltà alla sua vocazione, oltre gli altri tempi: il nudo chic come immortale celebrazione del desiderio e della fascinazione. E non è un caso, dunque, che ogni innovazione introdotta dalla direzione artistica di Découflé, nonostante tutte le sue dichiarazioni di fedeltà allo spirito e alla storia del Crazy, sembri produrre una frizione con la struttura e incontrare una resistenza da parte della proprietà del cabaret. Perché, reclamando un adeguamento ai tempi che cambiano, Découflé, per forza di cose, suggerisce un movimento estraneo, innaturale per l’apparato, minacciando a un tempo il suo funzionamento spettacolare ed economico. Concentrandosi sulla realtà specifica del Crazy Horse, Wiseman, dunque, individua la generale ed eterna contraddizione dell’istituzione, spettacolare e non, scissa tra la genetica immobilità della sua natura e l’esigenza ineludibile della trasformazione, necessaria alla sua sopravvivenza. Un discorso sui rapporti tra l’arte e industria, tra ispirazione e regola, tra rottura e tradizione. Il metodo è quello di sempre: uno studio silenzioso e analitico condotto attraverso la semplice forza delle immagine e teso a smontare e a rivelare i meccanismi di funzionamento del sistema. Ma Wiseman mostra, ancora una volta, tutta l’elasticità e adattabilità del suo cinema. Perché, per portare a compimento il suo discorso, non può fare a meno di concentrarsi sul prodotto finale, la performance artistica delle Crazy Girls. Inquadra lo spettacolo e, incorniciandolo nei limiti dell’immagini, arriva a decontestualizzarlo e a scoprirne altre intime e più alte connessioni. Minuto dopo minuto, sempre più, Crazy Horse diviene cinema ripreso da e proiettato su i corpi. Cinema che racconta della precisione in caduta libera del gesto e del movimento, della precaria perfezione delle cose, continuamente rimandata, della minaccia sempre presente della corruttibilità. La vita, in breve.