VENEZIA 68 – "I parenti tutti", di Fabio Garriba. "Voce del verbo morire", "In punto di morte", di Mario Garriba (Retrospettiva)

Il Cinema, per i fratelli Garriba, è una commovente e dolorosa ultima spiaggia della joie de vivre che non può che portare alla morte. Un cinema fatto di graffi e impeti di vita immersi in un reale diventato ormai impalpabile, inesistente, non pervenuto. È un eterno presente, è il nostro presente. Anche qui a Venezia, dove con questa slendida retrospettiva si riporta alla luce un cinema che orgogliosamente ancora è

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Il cinema dei fratelli Garriba torna alla luce qui a Venezia ed è una (retro)visione di rara intensità simbolica. Tre opere che parlano incredibilmente del nostro presente, ce lo disegnano nei suoi tratti originari, ce lo inquadrano nella sua dolorosa nascita rifiutando di mostrasi a noi spettatori del 2011 come roba da archeologica retrospettiva. Perchè nel loro presente, quegli anni ’60 di lotte e piazze, urla e idee, illusioni e disillusioni, c’era già chi guardava un po’ oltre. I parenti tutti e Voce del verbo morire ci presentano il funerale in diretta di un mondo che è stato e che cederà il posto ad un futuro che ci ha oggi partorito. E incontriamo piacevolmente le atmosfere familiari e dolorosamente funeree del primo Bellocchio (ovviamente I pugni in tasca, ma poi una struggente sequenza di ricordi infantili che sembra anticipare il capolavoro Salto nel vuoto), un cinema che doveva segare l’albero della famiglia e farlo cadere in pubblica “sala” per sancire da un lato la morte della trdizione e dall’altro il funerale dell’idealismo sfrenato. Sia Fabio che Mario Garriba comprendono già da allora che l’unica soluzione per un artista è il rifugio nell’infanzia, il rifiuto di crescere, una continua e bambinesca rincorsa del tempo. E riconosciamo con affetto atmosfere che da Bellocchio ci trasportano verso il successivo Moretti, quello delle nutelle e delle piscine, quello dei bombi e dell’autarchia. I protagonosti infatti si rifugiano nelle loro ossessioni (soprattutto di morte) per sfuggire un mondo che non li comprende. Il cinema italiano, insomma, con questa splendida retrospettiva sul cinema sperimentale degli anni' 60/'70 trova una sua radice forte, la cerca e la mette in Mostra come è giusto che sia. Anche a costo di scovarla In Punto di Morte, come nel magnifico primo lungometraggio di Mario Garriba. Film dove i fantasmi psichici di un “borghese medio” erompono nei due templi della tradizione cattolica italiana: la casa e la scuola. Il giovane protagonista è in trappola, disilluso e accerchiato da mamma e fidanzata, ma non reagisce come un sessantottino convinto tipico della sua generazione. Ha già capito tutto. Ha già metabolizzato la sconfitta: ridiventa semplicemente bambino, bambino e ancora più bambino sino ad assaporare quella morte che lo trova contemplare se stesso sulla sua tomba. Un cinema che nouvelvaghianamente inizia a riflettere su se stesso e sui suoi meccanismi; che fonde l’infanzia con il Muto chaplinian/keatoniano che è l’inganzia del cinema; che elegge il corpo dell’attore a unica fonte di sentimenti e di “storie”. Un cinema fatto di inquadrature che rincorrono loro stesse essendo ormai incapaci di contenere alcunchè e che diventano il paradigma della ricerca nella loro liquida non permanenza. Il Cinema, per i fratelli Garriba, è una commovente e dolorosa ultima spiaggia della joie de vivre che non può che portare alla morte. Un cinema fatto di graffi e impeti di vita immersi in un reale diventato ormai impalpabile, inesistente, non pervenuto. È un eterno presente, è il nostro presente. Anche qui a Venezia, dove si riporta alla luce un cinema che orgogliosamente ancora è. 

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