VENEZIA 68 – I’m Carolyn Parker: The Good, the Mad and the Beautiful, di Jonathan Demme (Orizzonti)

C’è sempre, da qualche parte, un’America che resiste, una terra fatta di fiducia, tenacia, lotta, aldilà di tutte le contraddizioni e aberrazioni sociali e politiche della sua storia. Ed è proprio a quell’America che Jonathan Demme dedica il suo ultimo documentario, lo splendido I’m Carolyn Parker, sul disastro dell’uragano Katrina e sulle innumerevoli difficoltà della ricostruzione.

Giunto a New Orleans nell’autunno del 2005, Demme comincia a seguire le storie degli abitanti del Lower 9th Ward, uno dei quartieri più famigerati della città, completamente devastato dall’alluvione. Ne viene fuori un progetto, Right to Return: New Home Movies from the Lower 9th Ward, che nel 2007 diviene un documentario. Ora ecco il secondo capitolo, tutto incentrato su uno dei personaggi incontrati lungo il cammino, Carolyn Parker, donna instancabile e combattiva. La Parker fu l’ultima a lasciare il suo quartiere quando ci fu l’ordine di evacuazione nell’estate del 2005. Ed è stata la prima a ritornarci, nel 2010, dopo aver portato a compimento, tra mille problemi di salute, difficoltà finanziarie e incidenti di ogni sorta, la ricostruzione della sua vecchia casa.

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Nata negli anni ’40, cresciuta nel Lower, cuoca d’albergo, vedova (il marito fu assassinato), fervente devota, Carolyne ha vissuto la segregazione razziale, ha scoperto l’impegno civile negli anni ‘60, ha lottato per mantenere unita la famiglia in un quartiere difficile, ed è diventata una delle voci più rappresentative delle battaglie per la ricostruzione di New Orleans. Jonathan Demme si appassiona alla sua storia e la segue per cinque anni. Visite periodiche, con la videocamera in digitale a bassa risoluzione, come un giovane documentarista “qualunque”. Ed è la dimostrazione di come il suo cinema, fuori e dentro il mainstream, sia sempre e comunque abitato da persone vere, prima ancora che da personaggi, uomini e donne reali e vivi, in carne, ossa e sangue.

Si appassiona Demme e mette in gioco gli occhi. Sta dietro l’obiettivo (è lui l’operatore il più delle volte), non appare se non in brevissimi frammenti. Senza eccessi di protagonismo, fin troppo comuni nel documentario americano post Michael Moore. Fa parlare Carolyn Parker e i suoi figli, li osserva con il calore e la complicità di uno di famiglia. Al punto che I’m Carolyn Parker sembra davvero il collage dei tanti filmini familiari girati nei giorni di festa: le domeniche in chiesa, il Ringraziamento, i pranzi a casa con il tacchino fritto, cucinato alla maniera cajun. Demme sta lì a raccontare il tempo che passa, visibile nel corpo malandato di Carolyn, a testimoniare le battaglie vinte e perdute, gli ostacoli e i momenti di sconforto, gli entusiasmi, le contraddizioni. Scova, tra i segreti dell’immagine, il lato nascosto delle cose, come nella fantastica scena in cui ruba il volto, silenzioso e preoccupato, della sua protagonista, mentre tutt’intorno s’innalza fino a Dio l’ennesimo, magnifico gospel. E dà ancora una volta dimostrazione del suo sguardo vitale, sempre pronto a cogliere le minime vibrazioni dell’imprevisto.

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Quello che ne viene fuori è il ritratto vibrante di una donna straordinaria, già personaggio prima ancora di essere filmato, ma ben reale oltre ogni film. Una donna che vive d’integrità, dignità e sorrisi, anche nei momenti bui. E, solo passando accanto alle persone, girando (attorno a) Carolyn e i suoi figli, il film suggerisce la storia di un’intera città, con tutti gli spettri del passato e del presente. Puro Demme. Cinema aperto e partecipe, che s’inventa all’infinito e cancella la linea di separazione tra set e produzione, tra cast e crew, tra il campo e il fuoricampo. Mai proibito, sempre toccato, sfiorato, amato.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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