VENEZIA 68 – “Killer Joe”, di William Friedkin (Concorso)

killer joe, friedkinForse a settant’ anni  in pochi se lo aspettavano un'opera del genere dal regista de Il braccio violento della legge, L’esorcista, Cruising e Vivere e morire a Los Angeles. Del resto il suo ritorno alla regia ha davvero il sapore acido dello sberleffo nichilista e, se ci fosse stato ancora bisogno, della conferma “autoriale” di uno dei grandi del cinema americano contemporaneo. Con tutta la rabbia furiosa dei giovani esordienti, William Friedkin, che negli ultimi anni si era gradualmente allontanato dal cinema per dedicarsi all’Opera, in Killer Joe riesce a comporre un affresco sulla famiglia cattivissimo, girato in digitale, che da solo fa impallidire tutto il cinema di Todd Solondz. Il ventiduenne Chris Smith (Emile Hirsch) ha collezionato un debito di 6000 dollari con il boss della città. La sua idea per risollevarsi è semplice: contattare un killer per far fuori la madre alcolizzata, che ha una relazione con un altro uomo e la cui polizza è di 50.000 dollari, e dividere la somma con il padre e la sorella minore Dottie. La famiglia accetta e contatta il poliziotto Joe Cooper (sorprendentemente inquietante Matthew McConaughey), un assassino perverso che come “deposito” per il suo lavoro chiede la disponibilità sessuale di Dottie. Trama folle per una black commedy senza speranza, dove umorismo e violenza trasformano incessantemente la prospettiva fruitiva dello spettatore, con sadiche accelerazioni erotiche che mettono improvvisamente in cortocircuito l’apparente classicità di narrazione e messa in scena, riscoprendo l’anticonformismo provocatorio dei migliori lavori del cineasta.

Come altri capitoli della filmografia friedkiniana, il testo teatrale diventa la traccia ideale in cui far esplodere dinamiche ambigue che mettono in relazione gli uomini e lo spazio, fin dentro i recessi più cupi e brutali dell’animo umano. Un po’ come alcuni film del miglior Polanski. Era già successo in pellicole come The Birthday Party, Festa per il compleanno del caro amico Harold, il remake de La parola ai giurati, e l’ultimo Bug, proveniente anch’esso da un’opera firmata dal premio pulitzer Tracy Letts. In Killer Joe Friedkin attenua l’unità di luogo, sebbene la casa degli Smith rimanga il set centrale in cui si consumano le scene madri del film, moltiplica coordinate ambientali (i sobborghi texani intravisti come scenografie vuote in cui ogni personaggio compie la propria deriva di dannazione) e autocitazionistiche, con l’immancabile inseguimento a metà film che il regista americano, come già accaduto nell’incipit dell’episodio Cockroaches girato per la serie CSI, si diverte a reinventare alterandone ritmi e dinamiche rappresentative (stavolta sono due motociclisti a inseguire il protagonista che fugge a piedi). Nel suo apologo graffiante contro la famiglia americana, fatta di figli indebitati che chiedono di uccidere le proprie madri, sorelle che si prostituiscono e mogli ninfomani doppiogiochiste, Friedkin non salva nessuno. Lascia poche speranze persino all’unico personaggio positivo del film, la giovane Dottie, interpretata dalla bravissima Juno Temple, che da vittima diventa carnefice in un finale delirante, in cui il gioco al massacro immerge la risata nel sangue, e il colpo di coda non può che essere costituito da un “falso” happy ending, mascheramento di un Male che continuerà a propagarsi in una logica riproduttiva e virologica tutta interna al nucleo. La rabbia di Friedkin colpisce ancora. Senza scrupoli, né autocensure. Fuck the Family.