VENEZIA 68 – La coraggiosa chiusura di un cerchio

the ides of marchVenezia 68 cala i suoi assi. Dopo le tante indiscrezioni dei mesi precedenti (buona parte della quali confermate) questa mattina è stato finalmente presentato il programma della sessantottesima edizione della Mostra del Cinema, alla presenza del direttore Marco Müller e del Presidente della Biennale Paolo Baratta. Entrambi molto orgogliosi di snocciolare i risultati di un anno di lavoro speso su un doppio binario: da un lato – come spiega Baratta – rendere più accogliente il Lido sia per il pubblico che per i giornalisti «ponendo rimedio alle disattenzioni che hanno causato qualche fastidio logistico in passato, nonché riportando ai fasti antichi la Sala Grande che avrà un aspetto totalmente diverso», e dall’altro – come precisa Müller – «cercando sempre di privilegiare degli orizzonti sorprendenti e stimolanti; perché  il cinema, a condizione di trattarlo come una potenza, un insieme di forze, raccoglie e orienta un sentire». Bene, se questi erano i presupposti, diciamo subito che un primo risultato è stato raggiunto: questo è decisamente un programma che sorprende stimola la fantasia di addetti ai lavori, pubblico o amanti del cinema in genere. Un concorso che riesce a tenere vive e calde le piste esplorate da Müller nei suoi otto anni di gestione: tradizione, sperimentazione e scoperta. Affidandosi in primis ad autori collaudatissimi e piacevolmente “tradizionali” come Roman Polanski che porta in concorso il suo Carnage o l’atteso David Cronenberg che si inoltra nei misteri freudian/jughiani in A Dangerous Method; dall’ormai aficionado Philippe Garrell con Un été brulant, sino alla coraggiosa scelta di (ri)portare in concorso due registi di culto come Abel Ferrara (con 4:44 Last Day On Earth) e William Friedkin (con Killer Joe, a 5 anni dallo splendido Bug); per finire con uno degli eventi della Mostra, ossia l’attesissimo Faust di Alexandre Sokurov che chiuderà la sua tetralogia sul Potere. Un concorso che parallelamente vuole anche confermare le nuove sperimentazioni che ha saputo promuovere durante questi anni: da Todd Solondz (con Dark Horse) a Steve MeQueen (più volte alla Biennale come videoartist) con Shame e a 3 anni dal suo memorabile debutto con Hunger; da Andrea Arnold (Wuthering Heights) al già confermato Clooney che aprirà il Festival; da Marjanne Satrapi che torna al cinema dopo Persepolis con Poulet aux prunes per arrivare allo svedese Tomas Alfredson reduce dai fasti di Lasciami Entrare. E poi, anche questo Venezia 68 (forse un poMarco Muller e il prossimo presidente di giuria Darren Aronofsky’ meno che in edizioni passate), dà spazio alla scoperta: dall’israeliana Eran Kolirin alla sua opera seconda dopo La Banda, al greco Yorgos Lanthimos sino all’americana Ami Canaan Mann (figlia del grande Michael) che porta a Venezia il suo Texas Killing Fields. La pattuglia asiatica comprende quest’anno la veterana del nuovo cinema honkonghese Ann Hui con Taojie e l’eclettico talento del sempre prolifico Sion Sono che porta in laguna Himizu, ai quali si affianca il giovane cinese Wei Te-Sheng (con Seediq Bale). Chiudiamo con l’Italia rappresentata da tre titoli: l’atteso ritorno di Emanuele Crialese con il suo Terraferma, Cristina Comencini con Quando la notte e il debutto dietro la macchina da presa del fumettista Gipi (Gian Alfonso Pacinotti) con L’Ultimo terrestre.

Se a questo aggiungiamo un Fuori Concorso che comprende nomi quali Steven Soderberg, Al Pacino (che torna al suo cinema saggistico con Wild Salome), Madonna che sbarcherà al Lido il primo di settembre con W.E. o Takashi Shimizu; e poi gli omaggi ad un grande del passato come Nicholas Ray ed ad un grande del presente come Todd Haynes; o ancora la retrospettiva  sul “cinema italiano di ricerca anni ’60-‘70” con autori come Carmelo Bene o Alberto Grifi, ecco che diviene sempre più definita quella salutare tensione della Venezia mulleriana di concepire il cinema come un perenne campo aperto a 360 gradi. Abbattendo ogni steccato geografico o concettuale che spesso lo ha incatenato in passato e aprendosi ad ogni tipo di linguaggio, come dimostrato nel già annunciato programma di Orizzonti. Una tensione che si conferma in pieno in questo ultimo anno (?) di mandato del direttore, che ha partorito (parole sue) «una Mostra che è veramente uscita col buco». Certo, ancora solo sulla carta…ma la "carta di identità" festivaliera di questo Venezia 68 appare già da ora come una delle più autorevoli e sorprendenti nel panorama mondiale dell’ultimo quinquennio. L’attesa è tanta, dal 31 agosto al 10 settembre sapremo anche se ben riposta…