VENEZIA 68 – “Life Without Principle”, di Johnnie To (Concorso)

life without principleJohnnie To è uno dei più grandi registi della Terra. C’è bisogno di riaffermarlo qui e adesso, perché questo Life Without Principle scontenterà molti fan del suo cinema action. Si avverte la volontà di cambiare registro, di affrontare territori nuovi, per non lasciarsi rinchiudere nella prigione di una facile definizione. E, quindi, l’effetto spiazzante è assicurato. Ma la verità è che To, anche quando sembra cazzeggiare, va tessendo e approfondendo la trama di una visione del mondo e del cinema assolutamente unica. E Life Without Principle è uno dei suoi film più densi e necessari, una sintesi vertiginosa che, pur aperta versa nuovi orizzonti, rilancia e porta all’estreme conseguenze tutte le ossessioni che lo agitano da sempre. Tre storie che s’intrecciano e, sullo sfondo, lo spettro della crisi economica globale che s’affaccia e avanza minacciosamente. Un’impiegata di banca, a rischio di licenziamento, è costretta a piazzare ai suoi clienti titoli ad alto rischio per raggiungere gli obiettivi di vendita. Un piccolo mafioso (incontenibile Lau Ching Wan “Mad Detective”, pieno di tic ossessivi e ripetitivi) gira per la città in cerca di soldi, per risolvere i problemi dei suoi boss. E un silenzioso detective si ritrova sul groppone una piccola sorellastra ed è assillato dalla moglie in cerca di un appartamento più spazioso. Tre personaggi molto distanti per stile di vita, cultura, passato e prospettive. Eppure tutti risucchiati nel vortice di un mondo completamente assorbito dall’ossessione per il life without principledio denaro. La crisi è solo un reagente, l’elemento catalizzatore che accelera le reazioni e fa emergere il lato oscuro. To lavora su un doppio registro, mettendo a confronto due scale di valori: quella dei sentimenti e quella dell’economia. Ma nel momento stesso in cui si usa la parola valore, si presume la possibilità di una quotazione e di un rendimento, di una comparazione. Valutiamo i sentimenti e così li assoggettiamo alla legge dei mercati. I principi diventano merci. E perciò la vita stessa resta senza principio (Life Without Principle riferimento, più o meno consapevole a Thoreau?). Non c’è più la possibilità dell’amore, dell’onore, della lealtà. E non è questo una traccia costante del cinema di Johnnie To, almeno fino a Election, vera e propria parabola sull’avidità del potere che mangia l’anima?

Life Without Principle è uno dei film più cupi e definitivi sulla globalizzazione, il nuovo ordine economico mondiale e i suoi effetti perversi di mercificazione dei sentimenti e dei rapporti. Film sulla fine del mondo antico, sull’oggi, ma anche sull’eterna, invincibile cupidigia di un’umanità indifferente all’altro. L’ultimo Greed. Ma è anche il film in cui Johnnie To riafferma, senza più possibilità d’appello, la sua visione del caso o del destino, incrocio perverso e incontrollabile di esistenze che si sfiorano e si perdono per una frazione di secondo. Le storie s’incontrano, ma solo per rimarcare le loro distanze incolmabili, come nella fantastica scena finale in cui le traiettorie si allargano. C’è sempre un chicco di riso che copre la realtà (Fat Choi Spirit), l’anello mancante, qualcosa che non torna, una memoria che si perde, una chiave che non apre, una pistola smarrita, un incidente non calcolato. E' sempre così. Il cinema di To è il racconto di quest’anello mancante, quest’impossibilità di una quadratura del cerchio. E’ cinema che life without principlerifà se stesso, si (ri)produce senza sosta. Anche quando sembra seguire diverse strade, sta solo tracciando false piste, che si riavvolgono su stesse. Life Without Principle inizia con lunghi dialoghi in interni, primi piani, campi controcampi. Il contrario dell’action. Per mezz’ora ci parla di indici di rendimento, di commissioni, di fattori di rischio, di garanzie. C’inchioda alla staticità di un’immagine che non è che il riflesso dell’implacabilità dei mercati, imprevedibile come quella del destino. Ma è solo un modo di truccare la partita. Perché lo sguardo, in realtà, si muove anche in questi interni, li taglia e li attraversa. Un movimento impercettibile, che tende alla trasparenza (ma forse Johnnie To è Hitchcock?). All’improvviso il film s’illumina di un bagliore, diviene la ricostruzione di un avvenimento da tre punti di vista. Un nuovo Rashomon. Ma è un altro abbaglio, perché in realtà la storia prosegue, incrociando, costeggiando, scartando al lato. Precipita sempre più nel baratro, mentre noi ci perdiamo a cercare la verità nei riflessi degli specchi. Come nel finale di Mad Detective (ma To ha mai visto La signora di Shanghai?). Resta l’illusione dei sentimenti (ma il cinema di To non è splendidamente sentimentale?). Ma quel fermo immagine che blocca la coppia di nuovo felice toglie il respiro. Occorre più denaro per raggiungere il sogno. Lavorare, rubare, truffare, giocare. E’ la coazione a ripetere. La condanna del nuovo millennio, dell’umanità globale. E anche il cinema va in loop. Le immagini si ripetono. Eppure non tornano mai. L’anello mancante…
Johnnie To è uno dei più grandi registi della Terra…