VENEZIA 68 – "Poulet aux prunes", di Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud (Concorso)

“Così cominciano le fiabe persiane…”. In realtà Poulet aux prunes più che una favola è un film terminale, caratterizzato da forti tracce funeree segnate dalle frequenti ombre, quasi estensione di quel nero opprimente che aveva caratterizzato l’ottimo, precedente lavoro di  Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, Persepolis. Il passaggio al live-action di un’altra graphic novel della Satrapi però stavolta non solo non funziona, ma risulta addirittura forte elemento di dissonanza. A Teheran, nel 1958, il violinista Nasser Ali Khan ha perso la voglia di vivere. Imprigionato nel ricordo di un amore mai dimenticato, vive tristemente la sua quotidianità con la moglie e i figli. Da quando il suo vecchio violino si rompe e quello nuovo non gli da più nuovi stimoli, decide che per lui non ha più senso vivere. Potrebbe apparire come una variazione di Romeo e Giulietta, caratterizzato però da un segno pesante, un tratto che marca i corpi, esaspera i dettagli e fa apparire anche le soluzioni grafiche (il sangue che esce dalle tempie, la nuvola sulla bara) come compiaciute ed estetizzanti. Quello di Poulet aux prunes appare l’esempio di un cinema che si sovrappone su quello del passato. C’è la locandina di Sophia Loren in La donna del fiume ma Satrapi-Paronnaud sembrano soprattutto voler ricalcare i melodrammi del cinema degli anni ’50 e in particolare di Douglas Sirk qui in versione dark. Ma la passione non fluisce ma resta continuamente interrotta da giochetti irritabili (la doppia vita di Nasser e Iran, l’unica donna che ha amato, nel corso degli anni), da salti temporali in avanti e indietro dove viene negata la magia cinematografica di immaginarsi il passato e il futuro e che riducono Isabella Rossellini e Chiara Mastroianni quasi ad elementi scenografici, oltre a cadute grevi come la parodia da vecchia sitcom statunitense anni ’70. Un film anche sulla condizione in Iran dove però il terrore di Persepolis viene ingolfato dalle deformazioni prospettiche-cromatiche del cinema di Jeunet in cui Mathieu Amalric cerca a tutti i costi di tirare fuori il suo personaggio dalla statura cartoon in cui è precipitato e forse andrebbe volentieri alla ricerca di Zemeckis per ritrovare il suo doppio in performing capture come è accaduto a Jim Carrey in A Christmas Carol. Ralenti e accelerazioni, i movimenti di Poulet aux prunes negano il tempo cinematografico. Il favoloso mondo di Amelie è un modello e Satrapi e Paronnaud non hanno idea i danni che ha fatto quel film in un immaginario visivo che lo riproduce, impedendo già al cuore del melodramma di battere. Come guardare un album di fotografie. Come per dover ricordare per forza. “Così cominciano le fiabe persiane…”. Ma della loro magia, neanche l’ombra.

 

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