VENEZIA 68 – "The Moth Diaries", di Mary Harron (Fuori concorso)

C’era una volta il cinema dell’orrore. Quello dei mostri e degli squartamenti, ma anche dei fantasmi, delle suggestioni, della cantine buie e dei luoghi spettrali. Dove la logica e la ragione andavano accantonate per lasciar spazio alla tensione, ai balzi sulla sedia, alle reazioni isteriche di pura pancia. C’era una volta la notte horror e l’estate durante la quale, magicamente, i cinema italiani si svuotavano dai blockbuster e dai film d’autore, per lasciare spazio ad una covata di pellicole di paura.
Oggi le case di produzione e ancor di più le grandi distribuzioni preferiscono puntare principalmente su mockumentary o versioni gotiche in salsa teen di qualche famosa favola, riletture e sconvolgimenti pesanti di creature mitiche. E l’appassionato, figurarsi il purista, sente nostalgia. Per questo il ritorno del maestro Carpenter con The Ward ha scatenato entusiasmo, seppur contenuto. La sua idea di cinema affonda le radici in una passione che sembra ormai venir stuprata, con il risultato di creare troppi ibridi.
The moth diaries, a suo modo, torna a dar valore a quel cinema horror. Tratto da un romanzo di Rachel Klein, il film di Mary Harron racconta le vicende di un gruppo di amiche turbato dall’arrivo di una nuova misteriosa studentessa, in un collegio femminile. Se nel film di Carpenter sopracitato, che intendiamoci appartiene ad un’altra categoria, la storia si svolgeva in un manicomio, qui il collegio ne ha di fatto tutte le peculiarità. Terreno fertile per dar corpo a mille paure (da ricordare in tal proposito anche il meraviglioso Rule of Rose, servival horror per playstation 2, storia degna del grande schermo). Le sfortunate ospiti devono indossare un’uniforme (l’equivalente di un camice), la libertà individuale è ridotta all’osso, non si può uscire dall’edificio se non in casi eccezionali. Il cervello viene tenuto in esercizio, stimolato, ma la realtà è lì fuori, lontana anni luce.

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Rebecca, la protagonista, è un’adolescente con un bagaglio emotivo ingombrante, il suicidio dell’adorato padre. L’arrivo di Ernessa scava, come una goccia cinese, nelle fragile roccia delle sue sicurezze. Le amiche si disperdono, la sua sanità mentale viene messa in dubbio. Ma, sì sa, in queste storie l’unico considerato pazzo è l’unico sano di mente. Ernessa, la gotica ed inquietante Lily Cole (allora Tom Waits alla fine ha ottenuto la sua anima!), è un demone, un fantasma corporeo che nutre rancore e reclama vendetta. I numerosi richiami al Dracula di Bram Stoker e Carmilla di Sheridan Le Fanu fanno pensare che possa essere una sorta di vampiro. Ma in realtà è semplicemente uno spirito inquieto. Di nuovo, porsi domande è relativo. Il meccanismo della narrazione funziona perché a tenerlo in piedi c’è una solida base di tensione, una fotografia fredda e ambienti ben studiati, bui, vittoriani. Le ingenuità, alcuni personaggi manovrati superficialmente, non intaccano l’efficacia della trama. Questo tipo di cinema ha bisogno di questo tipo di linfa. Non è il finale né cosa si racconta, è come lo si racconta.

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