VENEZIA 68 – “The Sorcerer and the White Snake”, di Tony Ching Siu-tung (Fuori concorso)

the sorcerer and the white snakeIl cinema è sempre fantastico. Perché, nel rigore del suo artificio meccanico, assorbe e riproietta ogni nostra particella, dalla superficie al fondo, penetra, scompone e ricongiunge desideri e timori secondo connessioni inaspettate, mettendo a soqquadro le sterili certezze del già visto, le nostre intime ossessioni, quello che ci portiamo dentro, come un fardello o come un tesoro. Il cinema è sempre un fantasma. E quindi, a rigore, è alieno dalla norma del reale, fuori dal senso comune delle cose, qualcosa che si distacca dalla retta via, per aprire le porte a altre dimensioni e visioni. Quello di Ching Siu-tung è cinema purissimo, sempre una storia di fantasmi, un artificio stregoneria, incanto di lacrime, di promesse di felicità e passioni, che si infrange come una bomba atomica sulla nostra stentata, parziale percezione del mondo. E’ l’onda immensa di uno tsunami che spazza via ogni presuntuosa pretesa di una (sola) verosimiglianza, qualsiasi mantra o scongiuro posti a difesa della nostra scontata e limitata percezione.

La storia è quella dell’amore impossibile tra un uomo, l’umile erborista Xu Xian, e una demone serpente, Bai Suzhen, capace di assumere le sembianze di una splendida giovane. A contrastare il legame assoluto, tenace, struggente tra i due è l’ordine delle cose, impersonato dal monaco Fahai (un Jet Li incommensurabile come sempre), cacciatore di demoni giusto e inflessibile, compassionevole e intransigente come il destino. Nel confrontarsi con la leggenda del Serpente Bianco, uno dei più celebri racconti tradizionali cinesi, il regista della serie A Chinese Ghost Story, uno degli action choreographer più influenti del cinema di Hong Kong, sembra volerci ricordare cosa mettiamo in gioco ogni volta che abbiamo a che fare col cinema. Una sfida ai limiti e alle convenzioni del nostro sguardo. E The Sorcerer and the White Snake non è una negazione della realtà, dell’ordine naturale delle cose, ma la riaffermazione di una sua verità più intima e profonda, l’eterno racconto del sogno e della passione che deve lasciar il passo alla necessità dei destini. E’ una meravigliosa parabola sull’essenza nascosta sotto la pelle dell’immagine, strato dopo strato. E nel disegnarla, Ching Siu-tung ingloba gran parte del cinema possibile. Volteggia e si espande in aria con onde di energia e di effetti speciali, ci incanta con le sue coreografie così orientali, ci inchioda con il suo montaggio vorticoso e implacabile, ma, al tempo stesso, suscita sull’umida superficie dei nostri gli occhi l’effetto collaterale di mille altri fantasmi, film, ricordi, incubi e sogni. Jet Li action man, Lam Suet tartaruga parlante compare di Johnnie To e il muto con le sue movenze caricate, le vite meravigliose ancora da conquistare di Capra, i maschi contro femmine di Hawks, gli dei abbattuti di Tsui Hark e i colori di un musical anni ’50. E soprattutto gli amori perduti e guadagnati, le felicità possibili, le idee invincibili e le certezze d’argilla. Cinema mutaforme, che si trasforma negli occhi di chi guarda, come il Serpente donna, come il mondo. Inafferrabile, impossibile da trattenere. Eppur da amare, contro tutto e tutti.