VENEZIA 69 – “Après mai”, di Olivier Assayas (Concorso)

Après Mai Olivier AssayasPerché non sorridono mai i ragazzi di Après Mai?

 

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In una Mostra del Cinema di Venezia dove, quest’anno, i film non sembrano più corpi fatti per piacere, per far godere pancia, occhi e cuore, ma piuttosto per dissaldare le nostre resistenze di spettatori (convinzioni, idee, sguardi, visioni, tutto….), come in un tentativo collettivo dei “cineasti del nostro tempo” di non essere più amati, ma devotamente osservati, rimembrati e – quasi – studiati, arriva nella pioggia semi autunnale di “fine agosto, inizio settembre” l’ultimo lavoro di Olivier Assayas. Che invece si pone visceralmente con tutte le intenzioni di bruciare l’animo di chi osserva, di ricacciarlo nell’inferno dorato della propria adolescenza, attraverso un percorso doloroso e sincero, maniacale (nel perfezionismo della ricostruzione e della messa in scena) e consapevole. Soprattutto di volere ritornare sul “luogo del delitto”, ovvero del film più incantevole e duro, emotivamente straziante eppure gelido, L’eau froide.

 

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Ma che succede ai nostri ricordi quando, quasi in un’operazione terapeutica, li ricacciamo fuori dopo tanti anni?Spesso ci si definisce anche attraverso il nostro rapporto col passato e con la maniera che abbiamo di catalogarlo”, spiega Assayas, a proposito della memoria. E gli anni passano, ci cambiano, modificano i nostri corpi e i nostri pensieri, i nostri volti e il nostro immaginario: la nostra immaginazione, sì. Olivier, classe 1955, era ancora un trentenne, quando lavorava con i ragazzi di L’eau Froide. Virgine Ledoyen e Cyprien Fouquet all’epoca avevano 18 anni, una ventina di meno di Assayas, ragazzi nati negli anni settanta che hanno “vissuto” – indirettamente – quel periodo attraverso un’adolescenza nel decennio successivo, i cui erano ancora vivi e presenti alcuni dei sogni e delle problematiche di allora. Oggi la “distanza” con i ragazzi di Après Mai è abissale, poco meno di quarant’anni (in cui c’è stato di tutto, dalla fine della Guerra fredda all’11 settembre, alle rivoluzioni arabe e, soprattutto, a un modo di comunicare attraverso la rete che sta modificando il concetto stesso di comunicazione, figuriamoci dell’”esperienza della storia”!). E basta leggere le dichiarazioni dei giovani protagonisti del film (tutti nati negli anni novanta, in cui Olivier girava L’eau Froide) per farsene un’idea: “Per capire il linguaggio politico dell’epoca, ho guardato un sacco di interviste e di vecchi reportage, e, soprattutto, ho consultato il dizionario…” (Felix Armand, che interpreta Alain, l’amico del protagonista, gilles); “E’ molto difficile imparare a memoria dei dialoghi pieni di riferimenti politici, non ci capivo niente… Olivier però voleva che sapessimo di cosa parlavamo…”.(Clement Métayer (Gilles); “Ci siamo immersi negli anni 70, le scenografie, i vestiti, tutto l’insieme. Ma è stata soprattutto la musica, quella della scena della festa hippie, che ci ha dato una sensazione di immersione totale” (Carole Combes, nel film laure, la “musa” di Gilles).

 

Ma il cinema si nutre di memoria. Se non addirittura che il cinema è (diventato) la nostra memoria. Noi siamo quello che ricordiamo che abbiamo vissuto, quanto i film che abbiamo visto e amato, le musiche che abbiamo ascoltato, da soli chiusi in camera o con i nostri coetanei. Lo dice, chiaramente anche Assayas, spiegando perché il giovane protagonista del film, Gilles, sfrontatamente e coraggiosamente alter-ego biografico del regista, ha scelto il cinema: “Lo schermo è il luogo dove il ricordo può rivivere, dove ciò che è perso può essere ritrovato, dove il mondo può essere salvato”. E questi ragazzi del 1971/72, anni post sessantotto pieni di musica straordinaria, di rivoluzioni possibili e controrivoluzioni reali, dove i sogni del maggio si sono dispersi in mille rivoli, appartengono a quella generazione – parole di Assayas – “del dopo maggio 68, nata nel caos e che sì è evoluta nel caos”. Ragazzi che – come i loro fratelli minori italiani del 1977 – non sono diventati giornalisti, politici o pubblicitari come quelli del ‘68, ma si son gettati dentro le pratiche attive della creatività, delle arti diffuse, della mutazione dei linguaggi, degli stili, della comunicazione e della percezione di sé.

 

Après Mai racconta di un gruppo di liceali nel loro passaggio dalla ribellione anarchica urbana, con tanto di scontri con polizia e milizie antagoniste, a quell’estremismo culturale fatto di viaggi in oriente, fughe nella Londra “avanzata” di quegli anni, feste con falò e amori che si dissipavano in un mondo senza sorrisi. E se 18 anni fa Assayas aveva da un lato la maggior vicinanza temporale, e dall’altro una maggiore astrazione creativa sulla narrazione meno strettamente autobiografica, qui decide di immergersi fino in fondo nella ricostruzione, a tratti maniacale, di tutti gli stilemi e le ossessioni, viene da dire quasi i “tic”, dell’epoca. Questo denudarsi nell’autobiografismo storico, politico, esistenziale, si manifesta soprattutto nella colonna sonora molto più privata e personale, che va da Syd Barret a Nick Drake, Soft Machine, Tangerine Dream, ecc….ma anche in questi corpi che sembrano vagare in continuazione verso orizzonti che non si intravedono, un’oriente immaginario, una città mitizzata, l’arte che appare come un luogo oscuro, ma inevitabile, di liberazione.

 

Il risultato è qualcosa di assolutamente impenetrabile, quasi un’opera d’arte situazionista, senza la poeticità espansa dell’Assayas migliore (L’Heure d’Eté, Irma vep, Fin Aout Debut Septembre,ecc..), quasi compressa in un tentativo impossibile ed utopistico, come il mai, di voler raccontare e raccogliere tutto, senza lasciarsi sfuggire nulla. Ed ecco che il suo stile si trasforma radicalmente: dai primi piani “affettuosi” teneramente avvolti sui personaggi e quei lunghi piani sequenza che li sembravano abbracciare e accarezzare, qui passiamo a uno sguardo più complessivo, dove gli ambienti, la città, la natura, insomma gli elementi dove vivono i personaggi, sono cuore integrante della visione. Non un visione fredda, certo, ma più distante, come gli anni che ci separano, sempre di più, dall’adolescenza.

 

E mentre l’esperienza raccontata dei ragazzi di L’eau froide era tutta “privata”, dove il conflitto con il mondo e la società di manifestava con evidenza nella vita familiare e nel rifiuto della famiglia stessa, in Après Mai Assayas sceglie di andare fino in fondo con i ricordi e la riflessione sull’essere giovani negli anni settanta. Cosa ci colpiva, quali desideri emanavamo, come si poteva così innocentemente mescolare la vita privata, i sentimenti, con la politica, le ideologie, ma anche l’espressione, il senso di libertà fatto di cose semplici e complesse, fosse anche quello di dare fuoco a qualcosa, magari solo per far uscire i fuochi che erano dentro di noi… Ma poi la disperazione per una rivoluzione che sembrava impossibile (e che invece passava davanti ai nostri occhi senza che la vedessimo…perché in quegli anni sono cambiati radicalmente modi di vivere, di pensare, di guardare e, soprattutto, di immaginare, in maniera così radicale che gran parte delle trasformazioni tecnologiche che viviamo oggi sembra essere generate da quell’universo desiderante), ed ecco arrivare le droghe, quelle pesanti come la morte, e una solitudine esistenziale che non sembra più finire, anche oggi dentro l’universo espanso della comunicazione social.

 

Assayas sembra raccontarci – come Bertolucci – il mondo prima della rivoluzione, non dopo. Quel trovare inaccettabili i “contenuti rivoluzionari” espressi in “contenitori reazionari”, quel voler osservare la realtà non con sguardo ideologico ma con la determinazione alla verità (la rivoluzione culturale cinese raccontata da Simon Leys), quel voler rompere senza distruggere, quel porsi sempre e comunque “le domande più delicate” (come dice Olivier), Ma soprattutto quella consapevolezza che “la cultura debba tenere nella seconda metà del XX secolo il ruolo motore nello sviluppo dell’economia, ruolo che fu dell’automobile nella prima metà del secolo e della ferrovie nella seconda metà del XIX secolo” (Guy Debord nel 1971, non Clay Shirky nel 2010…).

 

Aprés Mai sta però al cinema biografico come il dètournement dei situazionisti stava alla citazione. Contestualizza ma esplode al di fuori, si getta a capofitto nel dibattito di quegli anni, per uscirne fuori come un quadro strappato o bruciato per negarne ad altri, oltre al destinatario amoroso, la visione. Perché “l'arte e il cinema in particolare possono attuare una resurrezione dei sentimenti che si son persi”, come ha ricordato in conferenza stampa Assayas.

 

Ma la grandezza e il limite di questo film stanno proprio nell’eccesso di sincerità, di ricostruzione fedele, forse di verità. E il film ci appare come incapsulato in un ricordo vivido e profondo, meravigliosamente dentro “i nostri anni”, senza quei colori sbiaditi di una foto Polaroid degli anni Settanta, oggi così magicamente riproducibili con Instagram (che è la rappresentazione in termini di software di come oggi le giovani generazioni vivano quegli anni: un colore riflesso, attenuato, come se la vita, allora, fosse davvero cosi!). Assayas non gioca con i colori e la memoria simbolica di un possibile “Instagram movie”, ma restituisce cuore e colore vivo di una materia pulsante che così ci appare viva, vitale, immediata, dannatamente sincera.

Ma l’arte, spesso, ha anche bisogno di piccole/grandi menzogne, e l’eccesso di verità, a volta, ricaccia l’immaginazione dietro la porta.

 

Vivo nella mia immaginazione.

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Se la realtà bussa alla porta, non apro.

Gilles, il protagonista di Aprés mai

 

Perché non sorridono mai i ragazzi di Après Mai?

“Io della mia adolescenza ho in effetti un ricordo malinconico anche se innamorato della vita. Il film è impregnato di questo ricordo. È stata un’epoca seria, è vero, forse triste.” (Olivier Assayas)

3 commenti

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    Quando esce in Italia il film? Attesa furente!

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    in autunno

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    Forse il fillm più bello visto a Venezia, un romanzo politico sentimentale delicato e sincero. Non vedevo film di Assayas da molti anni ma questo e' un vero capolavoro. Recensione stimolante, per una volta tanto relativamente comprensibile.