VENEZIA 69 – "Enzo Avitabile Music Life", di Jonathan Demme (Fuori concorso)

enzo avitabile music lifeC’è un mistero sacro nel cinema di Jonathan Demme ed è quella specie di sostanza musicale dell’immagine, capace di farsi in ogni istante strumento, nota, tono. Quando Enzo Avitabile prende il sassofono e comincia a suonare per le strade del suo quartiere di Marianella, quando scende giù per le scale, fino alla cantina dove studiava da bambino, le inquadrature di Demme (o chi per lui) sono sì un accompagnamento ritmico, ma al di fuori di ogni tentazione da videoclip. Sono un vero e proprio altro suono, che si mescola a quello del sax, ridefinendo le linee e i percorsi della musica. Al punto da annullare in un istante qualsiasi possibilità di distinzione tra in e off, tra testimonianza (documento? documentario?) e intervento (costruzione? ricostruzione?). E così, ogni volta che Avitabile si mette al centro del palco/set (sia il Salone Margherita o un'aula di conservatorio poco importa), al centro di una world music tremendamente affascinante e carnale, la pulizia dell'esecuzione concertata e quell'atmosfera limpida da studio di registrazione sembrano mescolarsi alla singolarità irripetibile della performance, alla gioia incontenibile dell'attimo. Il cinema di Demme trova la sua dimensione in questa linea sospesa tra il controllo del gesto e l'imprevisto della vita, tra la regola e l'eccezione permanente. L'inquadratura perfetta, il montaggio calcolato e poi lo squilibrio della forma, l'entrata in campo del proibito. "Quando scrivo le mie partiture, parto dalla forma, ma solo per superare le forme", dice Avitabile e sembra la perfetta definizione di questo Demme. O meglio di tutto Demme, che, come con Neil Young, con Jimmy Carter, con Carolyn Parker, come con i suoi personaggi di fantasia, sfiora un cinema fatto, pensato e visto, per tornare subito dopo all'energia debortante di un cinema che si fa davanti agli occhi, quasi per caso. Demme parte per raccontare un artista. E dietro quello, oltre lo statuto, incontra un uomo. Ovviamente. Ma quell'uomo lo conduce sulla strada, in una città mondo set permanente, con i suoi rumori, i suoi imprevisti, le voci fuoricampo, il filosofo in bicicletta, l’uomo che attraversa, quello che blocca gli intrusi, l’altro che dà istruzioni (a chi?) e le donne dal balcone e quelle che invadono il quadro, fermando per un attimo l’esecuzione. Il suono si rompe, si spezza, ma solo per dar spazio ai rumori di fondo, altri suoni, altri respiri. Allora è questa la world music, o meglio ancora la music life? Avitabile ne è protagonista, ma quasi a caso, sicuramente alla pari dei tanti che lo accompagnano. Protagonista consapevole e naïf al tempo stesso, tecnico e istintivo, teorico e sentimentale. Davanti al suo orgoglio umile, Demme si mostra partecipe, entusiasta. Il suo sguardo non ossequia né indugia, non serve, semmai scopre uno spazio condiviso, quello dell’impegno, della passione, che, come un canto, si espandono per le vie della città, il lungomare, i detriti della storia e del tempo. Arrivano fino in Palestina (l’omaggio a Vittorio Arrigoni), passando per una fronn’e limone nei campi di Zio Giannino del Sorbo, le aule del Conservatorio di San Pietro a Majella, il Parco, i palazzi popolari di Marianella, dove ogni donna affacciata a un balcone è protagonista, per caso per fortuna, di una jam session ininterrotta, vitalmente insopportabile, insopportabilmente vitale. Desolazione e meraviglia, guerra e gioia, tra i suoni del Pakistan, dell’Iran, dell’Iraq, della Mauritania, i sax di Coltrane e Charlie Parker, la musica sacra di Pergolesi, la devozione gospel di James Brown e quella popolare delle tammorre, delle madonne nere e Mamma Schiavona. La musica e il cinema aperti in un battere e un levare. Rape ca t’è utele.