VENEZIA 69 – “Kiss of the Damned”, di Xan Cassavetes (Settimana della Critica – Film di chiusura)

Il frammento più interessante dell’esordio nel lungometraggio di finzione della figlia d’arte Xan Cassavetes è anche quello più letterario, che riporta ad atmosfere quasi bramstokeriane. L’agente del giovane sceneggiatore Paulo lo va a trovare nella enorme e minacciosa villa alla periferia di Phoenix dove il ragazzo si è trasferito a vivere con la sua nuova fidanzata, Djuna, la quale è un vampiro che pratica l’astinenza da sangue umano ma è sempre tentata da una bella gola rigonfia di vene pulsanti. Ovviamente si potrebbe pensare all’incipit proprio di Dracula, con Jonathan Harker in visita al castello del Conte, e relativa scoperta della natura demoniaca del padrone di casa: e infatti anche l’agente è destinato a fare una brutta e dissanguante fine. Ma prima, Xan Cassavetes imbastisce un divertente dialogo a cena in cui scopriamo che l’ambizioso Paulo, prima di avere successo come sceneggiatore d’azione, ha passato un periodo da squattrinata aspirante e intestardita firma di cinema d’autore, senza alcun successo: ora, grazie ai suoi copioni mainstream, Paulo può finalmente “far parte della razza umana”. A tavola col vampiro: ma il vero mostro succhiasangue è l’amata Djuna o l’agente senza scrupoli del mondo del cinema?

Purtroppo, Xan Cassavetes non sembra interessata a fare di Kiss of the Damned una riflessione sull’universo dello spettacolo, anche se infila nel suo film un aperto richiamo proprio a Opening Night del padre John (un’altra delle sequenze riuscite dell’opera). Anzi, la regista appare in realtà piuttosto confusa su dove la sua storia voglia andare a parare, se dalle parti della vampyr soap opera alla Twilight ma con protagonisti più cresciutelli e alternativi (impegnati ad ogni modo nello stesso tipo di schermaglia erotico-amorosa), oppure se tentare l’opera pop-sperimentale con i canini appuntiti nello stile di Addiction, Hunger o Intervista col Vampiro, dei quali il film tenta di restituire lo stile trasversale e cool.


Ne viene fuori un esordio capriccioso e antipatico, che parte bene con una sequenza di seduzione e contagio decisamente conturbante e suadente, ma poi si arena in noiosi battibecchi tra vampire fastidiosamente sopra le righe, e atmosfere patinate oniriche sin troppo appesantite.
Unica traiettoria impazzita dell’opera è la perfida e affascinante nonmorta Mimi, davvero il personaggio migliore del film nonostante si tratti di quello più odioso (o forse proprio a ragione di questo): se i due amanti protagonisti Paulo e Djuna sembrano imbambolati e sedati per tutto il tempo in cui portano addosso i vestiti, Mimi non fa che seminare zizzania e gelosia, architettare dispetti e tranelli, mordere al collo, sedurre e ammazzare umani a volontà – se Kiss of the Damned sprizza in alcuni passaggi un po’ di sangue dalla carotide pallida, è alla fine dei conti tutto merito suo.

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    Chi è abituato al mainstream non può capire i film di genere. Questo film è un gioiellino in perfetto stile anni 70/80! La Cassavites sà esattamente quello che ha messo in scena.