VENEZIA 69 – "La Cinquième Saison", di Peter Brosens e Jessica Woodworth (Concorso)

Il gallo non canta, l’albero non dà frutti, il fuoco non si accende…è la natura a non parlare più. È il Trionfo della Morte. La coppia di registi belgi Peter Brosens e Jessica Woodworth chiude la trilogia dedicata ai fenomeni naturali tornando alle (loro) origini: le Ardenne, in un villaggio “senza tempo”, con una piccola comunità da osservare. Che succederebbe se l’inverno non andasse più via? Come si riverbera sull’uomo animale individiale e sociale questo silenzio della natura? In fondo la flebile architrave narrativa che sorregge La Cinqueme Saison è tutta qui: il cinema come composizione di un interrogativo ancestrale e attualissimo. E del resto non si può far altro che partire da questo termine, “composizione”, in un film intessuto da quadri fissi animati solo dal movimento coreografico di personaggi “campione”. Personaggi totalmente privati del controcampo di una natura che improvvisamente smette di essere fertile interlocutrice restituendo tutta quell’indifferenza che l’uomo le ha da sempre riservato. E allora lo straniero accolto benevolmente diventa il nemico, l’amore giovanile finisce nel nulla, le tradizioni vengono contaminate e "primitivizzate".

I due autori non intendono evidentemente costruire caratteri forti né tanto meno empatici, ma vogliono creare archetipi crudi dati in pasto a uno spettatore che dovrà condirli a suo modo con opportune riflessioni: avidità, intolleranza, razzismo, paura germoglieranno nel villaggio al posto delle feste, dei frutti degli alberi o del latte delle mucche. Un trionfo della morte bruegeliano, appunto, che prelude l’apocalisse: nuova melancholia in cui gli insistiti riferimenti pittorici ai Fiamminghi e ai romantici tedeschi (echi di Caspar Friedrich) intasano una messa in scena rigorosa – ma tutto sommato sincera – che lascia però sul campo diversi dubbi. Perché l’estetizzazione spinta, che sconfina persino nella video arte, innesca certamente un perverso e perturbante fascino (anche intermediale…) ma si risolve ben presto in una progressione registica che tende a non comprende quasi mai il cinema nel suo orizzonte. Negandolo apertamente negli altisonanti riferimenti alla pittura/musica/letteratura europea e restituendo(ce)lo imbalsamato e pericolosamente “finito”. L’innegabile bellezza formale di quest’opera, pertanto, non può e non riesce a nascondere il sospetto di una certa sterilità di fondo sia nella riflessione filosofica (abbastanza confusa in realtà) sia nelle soluzioni formali (sin troppo derivative). E allora, per associazione di idee, viene in mente l’ultimo capolavoro di Bela Tarr, The Turin Horse, dove ogni quadro fisso, ogni tensione apocalittica, ogni costrutto filosofico viene sciolto in una poetica resistenza del e nel mezzo cinema. Brosens e Woodworth configurano una natura assente, silenziosa, immobile trasmigrando questa metafora nello loro stesse inquadrature: operazione consapevole ma pericolosa.

---------------------------------------------------------------------

---------------------------------------------------------------------